Frontalieri comaschi, ormai si sfiora quota 20mila

Diventa sempre più forte la concorrenza con i milanesi che vanno a lavorare in Ticino
Giovani, preparati, laureati. Spesso in materie scientifiche. Attirati da stipendi doppi, anche tripli rispetto ai salari italiani. Sono i frontalieri milanesi, che fanno concorrenza spietata ai comaschi.
La crisi italiana spinge gli italiani verso la Svizzera. Poco importa, a un milanese, di farsi ogni mattina un’ora e mezza d’auto per varcare il confine: il Canton Ticino è l’Eldorado, dove un bravo ingegnere neolaureato al Politecnico può tranquillamente portare a casa 3mila franchi al mese.
Concorrenza milanese
L’ultima ricerca della Uil Frontalieri di Como – elaborata su dati dell’Istituto di ricerche economiche del Ticino e dell’Ufficio statistico di Bellinzona – evidenzia l’assalto al Ticino di migliaia di lavoratori che non arrivano dalla fascia di confine.
Non abitano, cioè, nelle provincie di Como, Varese o Verbania-Cusio-Ossola.
I frontalieri di Varese, scrive la Uil, sono 22mila, mentre i comaschi che lavorano in Svizzera sono 19.600, oltre 2mila in più rispetto alle ultime stime.
Numericamente, i frontalieri che abitano nelle altre provincie – soprattutto Milano – sono pochi: 3mila. «Mentre i frontalieri delle provincie di confine crescono al ritmo del 4-5% annuo, quelli dalle altre zone, specie Milano, sono cresciuti del 25%», dice Roberto Cattaneo, segretario della Uil Frontalieri di Como e autore della ricerca. «I frontalieri milanesi hanno un livello di preparazione professionale elevato: ingegneri, laureati in discipline scientifiche, tecnici specializzati». Anche il profilo del frontaliere comasco sta cambiando, dice Cattaneo. Non più soltanto operai, commesse e muratori. «Quelle figure sono sempre diffuse – precisa il sindacalista – ma il mercato del lavoro ticinese pesca da Como anche per le professioni più specializzate: infermieri, dirigenti, ingegneri, tecnici specializzati. Dopo gli accordi bilaterali, i ticinesi si sono accorti che potevano attingere da un bacino come la Lombardia che ha 9 milioni di abitanti». La conferma si trova nei dati.
Da giugno 2010 a giugno 2011, il minor incremento di frontalieri si registra nei tre settori classici: industria, edilizia e commercio. Al contrario, il numero di italiani impiegati nella sanità e nelle attività tecniche e scientifiche aumenta in modo considerevole (9-9,5%).
«Gli svizzeri – continua Cattaneo – sanno di poter offrire stipendi doppi rispetto ai nostri. Una commessa, in Ticino, guadagna poco meno del doppio rispetto a una collega italiana. Nelle professioni sanitarie il divario cresce: si è recentemente trasferito in Ticino un infermiere che guadagna il triplo esatto rispetto a quanto prendeva a Trieste».
Sfatato anche l’ultimo tabù svizzero, le banche.
«Negli istituiti di credito ticinesi inizia a entrare qualche italiano». Casi rari, ma che infastidiscono Giuliano Bignasca, leader della Lega dei Ticinesi.
«In Svizzera vige il segreto bancario. Ricordate quegli impiegati che consegnavano alle polizie estere liste di correntisti? Bene, un impiegato svizzero, che vive e ha famiglia qui, ci penserebbe bene prima di fare una cosa simile», aveva detto Bignasca a luglio.
Dumping salariale
Se un’azienda svizzera è in crisi, i primi a essere licenziati sono i frontalieri italiani, si diceva. Oggi, invece, è il contrario.
«Questo avviene per due ragioni – dice ancora Cattaneo – Il primo è che, essendo i frontalieri sempre più specializzati, occupano anche posizioni strategiche nelle aziende. Il secondo motivo è che, purtroppo, esiste ancora un fenomeno di dumping salariale: a parità di mansioni, a volte il dipendente italiano prende un salario inferiore rispetto a quello svizzero. Se l’imprenditore deve licenziare, sceglie ovviamente di tagliare chi costa di più».
Merita un cenno, infine, l’andamento del mercato del lavoro ticinese. Che pare non seguire la crisi italiana. La ricerca della Uil è aggiornata al mese di ottobre 2011, quando i disoccupati registrati in Ticino (6.420) erano il 16,2% in meno rispetto all’ottobre del 2010, ma il 12% in più rispetto a giugno 2011. «Nel 2010 il Ticino è cresciuto – aggiunge Cattaneo – mentre l’Italia era in recessione. Anche nel 2011 la partenza degli svizzeri è stata ottima. Poi la situazione è andata in stallo. Per il 2012 non si prevedono grandi passi in avanti».
Questione ristorni
Resta aperta, invece, la partita dei ristorni fiscali ai Comuni italiani di frontiera, bloccati il 30 giugno di quest’anno dal governo del Canton Ticino.
Ieri, il consiglio regionale lombardo – con una mozione approvata all’unanimità, primo firmatario lo stesso presidente dell’assemblea, Davide Boni – ha sollecitato la giunta a fare pressing sul nuovo governo affinché si arrivi a una «soluzione che sblocchi definitivamente e in tempi rapidi la questione del ristorno fiscale». Con la mozione si chiede inoltre di «considerare prioritaria la tutela dei lavoratori frontalieri», che sono stati spesso oggetto di «forme di discriminazione» nel dibattuto politico.
La mozione è un «passo positivo», secondo il consigliere regionale comasco Luca Gaffuri (Pd).

Andrea Bambace

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