Economia

Frontalieri e padroncini, il Ticino al contrattacco

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Proposte soluzioni legalmente praticabili per aumentare tasse e imposte alla fonte

Ticinesi a caccia di soldi. Dei frontalieri. La crisi economico-finanziaria non è un’esclusiva del Belpaese. Anche la Svizzera, nonostante indicatori meno negativi, è alle prese con un calo delle entrate fiscali, in particolare dal settore bancario.
A Bellinzona, poi, il governo cantonale si trova a gestire un bilancio lacrime e sangue. E tenta disperatamente di raccogliere dove può ogni tipo di risorsa. L’idea di tassare di più i frontalieri è storia vecchia, sinora andata a vuoto per

via dei limiti di carattere legislativo.
Le imposte alla fonte pagate dagli italiani che ogni giorno varcano la frontiera sono infatti determinate dal governo federale e fanno riferimento ad accordi internazionali. Non è nel potere del Cantone modificare queste regole. Ma nulla c’è come le difficoltà per aguzzare gli ingegni. A forza di provare, il Parlamento ticinese sembra forse aver trovato la chiave giusta per aprire il forziere fiscale italiano.
La commissione tributaria del Gran Consiglio, l’equivalente di una nostra commissione finanze, sembra orientata a dare via libera a una proposta di Marco Chiesa, esponente dell’Udc, il partito conservatore già protagonista in passato della campagna “Balaà i ratt”.
Chiesa ha ipotizzato di aggiornare il moltiplicatore comunale per il calcolo delle imposte alla fonte. In pratica, di alzare dall’attuale 78% al 100% l’aliquota applicata dal Cantone ai salari degli italiani che lavorano oltrefrontiera. In questo modo potrebbero essere recuperati circa 20 milioni di franchi all’anno, soldi ovviamente che verrebbero sottratti dai ristorni destinati ai Comuni.
L’idea dell’Udc è stata accolta con una generale condivisione praticamente da tutte le forze politiche presenti nel Parlamento di Bellinzona, anche per la sua praticabilità. Sembra infatti che l’innalzamento del moltiplicatore possa essere l’escamotage giusto per bypassare gli eventuali rilievi del governo federale.
Come ha scritto ieri il Corriere del Ticino, una precedente richiesta di un contributo a carico dei frontalieri era stata scartata dal governo in quanto incompatibile con le norme della Costituzione federale che non permette un prelievo né in forma diretta né tramite imposizione alla fonte unicamente rivolto ai lavoratori frontalieri. «Dal punto di vista della compatibilità con la Costituzione e con la Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette sembrebbero non esserci problemi perché tale modifica rientrerebbe nell’autonomia tariffale dei Cantoni», ha poi dichiarato Sabina Rigozzi, ricercatrice e consulente della stessa commissione parlamentare.
Padroncini nel mirino
Altro problema, altra soluzione. Sempre in tema di concorrenza “italiana”. Questa volta si tratta dei cosiddetti padroncini, gli artigiani chiamati a lavorare in Svizzera per un numero inferiore ai 90 giorni e obbligati soltanto a notificare online la loro attività alle competenti autorità cantonali.
La Camera di Commercio di Lugano, ente privato che tutela gli interessi delle imprese ticinesi, ha proposto al governo federale di assegnare un codice Iva a tutti gli artigiani provenienti dai paesi oltrefrontiera. Anche a coloro che non superano in un anno il fatturato minimo assoggettabile a imposta di 100mila franchi.
In questo modo, gli imprenditori svizzeri immaginano di costruire un piccolo argine contro la concorrenza italiana che si fa ogni giorno sempre più forte.

Nella foto:
La politica ticinese tenta di trovare le strade giuste per aumentare la pressione fiscale a carico dei frontalieri e dei padroncini
20 Nov 2013

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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