Cronaca

Frontalieri, i numeri sono da verificare. «Molti i permessi non cancellati»

alt Parla il sindacalista di Unia Ticino

«Il numero di frontalieri in costante crescita va analizzato con attenzione. Non tutto ciò che appare è vero».
Sergio Aureli, sindacalista di Unia Ticino e da anni impegnato sulle tematiche del mercato del lavoro nelle terre di confine, rilancia un tema che troppo spesso viene sottovalutato. Ovvero, la composizione «molto articolata» del frontalierato.
In sostanza, gli oltre 59mila italiani indicati dalle statistiche del ministero dell’Economia di Berna non sono, a detta del sindacalista

ticinese, un dato reale. Non del tutto, almeno. «Bisogna fare due ragionamenti diversi – dice Aureli – il primo riguarda i permessi di lavoro. Sino al giugno 2002, data in cui sono entrati in vigore gli accordi bilaterali, le imprese si occupavano direttamente dei permessi dei loro dipendenti».
Al momento dell’assunzione la pratica era affidata alle aziende, che provvedevano a fare richiesta agli uffici cantonali. «Sempre fino al 2002, chi veniva licenziato o andava in pensione non manteneva il permesso perché l’azienda provvedeva a comunicare alle autorità l’interruzione del rapporto di lavoro».
Un percorso che oggi non esiste più.
Dopo i bilaterali, sono i lavoratori a chiedere e ottenere il permesso. «Chi oggi perde il lavoro dovrebbe, entro 9 giorni, darne comunicazione all’ufficio stranieri – dice ancora Aureli – ma non so in che misura questa regola venga rispettata. È molto più probabile che il permesso resti in mano al frontaliere fino alla scadenza, che è quinquennale».
Oltre a questo, c’è un altro dato che andrebbe tenuto in considerazione: quello relativo ai contratti interinali.
«Fino al 2002, il personale assunto per brevi o brevissimi periodi era limitato, stiamo parlando di un centinaio di persone all’anno. Nel 2012, abbiamo sfiorato quota 4mila». Che cosa significa questo? Molto semplicemente, che anche un frontaliere chiamato a lavorare per periodi molto limitati ha un permesso e viene inserito nelle statistiche.
«Per sapere quanti siano realmente i frontalieri – conclude Aureli – si dovrebbero avere le cifre del cosiddetto tempo di lavoro. Negli anni scorsi alcune analisi sono state in realtà condotte. Si può calcolare che, sul totale dei permessi, il tempo di lavoro pieno si collochi attorno all’80-85%». Insomma: 59mila permessi ma, nella sostanza, poco meno di 50mila impieghi reali. Un numero comunque molto elevato per un Cantone piccolo come il Ticino.

Nella foto:
Sino al giugno 2002, data in cui sono entrati in vigore gli accordi bilaterali, le imprese si occupavano direttamente dei permessi dei loro dipendenti. Cosa che ormai non avviene più
27 Novembre 2013

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