Frontalieri in aumento: «La storia ci dice che la Confederazione da sempre ha sete di manodopera italiana»

Frontalieri

Frontalieri, aumenta il numero degli occupati oltre confine; 70.155, nel quarto trimestre del 2020. La maggior parte è impiegata nel settore del terziario. Come leggere questi dati? Come rimarca il sindacalista Pancrazio Raimondo, responsabile nazionale della Uil Frontalieri, «il dato va inquadrato nel contesto più ampio della crescita costante del numero dei frontalieri italiani in Svizzera. La vicina Confederazione ha sempre avuto a che fare con un alto numero di stranieri perché è un Paese piccolo ma con una economia forte e non ha abbastanza manodopera. Prendiamo il cantone che ha più frontalieri, quello di Ginevra. Ne ingloba circa 180mila, per lo più francesi. Se fosse uno Stato sovrano, ebbene in quella nazione gli stranieri sarebbero prevalenti. Insomma il frontalierato fa parte della storia economica e sociale della Svizzera e non deve fare paura se si espande».
Il problema è di altro genere, secondo il sindacalista della Uil. «Non guardiamo tanto i dati quanto il sistema di costi e benefici dell’integrazione sul mercato del lavoro – dice Raimondo – A parità di mansioni, i frontalieri percepiscono paghe inferiori di circa il 30%, ecco il vero nodo. Inoltre si stanno facendo avanti specie nel terziario mansioni più specializzate di ambito tecnico e scientifico ma anche nel mondo bancario: vuol dire che sta cambiando in modo sensibile la composizione della manodopera frontaliera. Però in Ticino, l’area di minor sviluppo economico e meno innovativa nella Confederazione, il frontaliere ha ancora un basso grado di salario mentre a parità di qualifica nella Svizzera interna arriva a guadagnare più di un residente».
Nel dopo pandemia, che si auspica non remoto, come andrà? «Non temo un calo dell’occupazione – conclude Raimondo – Siamo interlocutori forti: la Lombardia è uno dei quattro “motori” economici europei».
Invita invece a ridimensionare l’aumento di frontalieri Giuseppe Augurusa, responsabile nazionale della Cgil Frontalieri. «L’aumento non corrisponde alla realtà – sottolinea – perché tra numero di permessi rilasciati e persone impiegate non c’è sempre perfetta corrispondenza statistica. Il disallineamento crea così una falsa illusione, accreditando il mercato del Ticinese di numeri che in realtà non sa esprimere. Ci risulta che la perdita di posti di lavoro dei frontalieri in Svizzera sia sensibile e lo evidenziano le richieste di disoccupazione che gestiamo. Non vorrei poi che questi dati “ottimistici” siano causati da false attese relative all’accordo fiscale siglato tra Italia e Svizzera a dicembre scorso, sotto Natale: alcuni magari, per via di certa cattiva informazione, sono i indotti a credere che sia già entrato in vigore e hanno quindi fatto salire le richieste di permessi di lavoro, con i relativi benefici per i frontalieri, ma se andrà bene lo sarà solo nel 2024. La realtà, per dirla tutta, è che non ci sarà garanzia di lavoro senza crescita economica, e ricordo che la Svizzera con i suoi provvedimenti purtroppo tardivi contro il dilagare della pandemia, di fatto ha procrastinato nel tempo il ritorno alla normalità e alla ripresa economica da tutti auspicata. Peccato perché è da un anno che chiediamo un coordinamento sui provvedimenti sanitari tra aree limitrofe. Temo però che le notizie di un aumento dei frontalieri possano aumentare il malcontento nei riguardi degli italiani, laddove in Svizzera la realtà dice altro, dice che c’è un grosso tema, la necessità di sostituire la forza lavoro che gli svizzeri autonomamente non riescono a generare».
C’è chi auspica, come il presidente di Anci Lombardia Mauro Guerra, sindaco di Tremezzina, che il confine diventi una zona economica integrata italo svizzera: «Un bel sogno sulla carta, finché non si risolvono i contenziosi con l’Europa, ossia finché la Svizzera rimarrà impegnata in un defatigante accordo bilaterale con l’Unione Europea», conclude Augurusa.

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