Le interviste. Frontalieri tra delusione e disincanto

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Referendum anti-Ue
L’esito del voto era atteso. Troppo alto il divario tra le due economie di frontiera

Nel dicembre 2008 la Svizzera aderì con un referendum agli accordi di Schengen. Il 54,6% degli elettori elvetici si dichiarò favorevole. Il Ticino votò invece contro, con una percentuale alta di no: 62%. Non è un caso, dunque, che i risultati di domenica scorsa siano stati accolti con poco stupore da parte dei frontalieri.
Alla frontiera cittadina di Ponte Chiasso, alle 7.30 del mattino, c’è un gran via vai. C’è chi scende dal bus e attraversa il confine a piedi, chi va in Ticino in

macchina, chi in moto o addirittura in bicicletta.
Eccoli, gli italiani che lavorano oltreconfine.
«Quella Svizzera è una cultura molto chiusa – dice Antonio, che preferisce non dire il proprio cognome per paura di avere problemi sul posto di lavoro – non hanno manodopera qualificata e chi sta al governo cerca di mantenere un basso profilo culturale nel Paese per governare meglio». Ma non è soltanto questo.
«Esiste un problema di base – aggiunge ancora lo stesso Antonio – I frontalieri producono reddito che non viene speso all’interno della Svizzera. Credo poi che se gli elvetici dovessero decidere di interrompere i rapporti con i Paesi confinanti, allora avrebbero sì seri problemi con l’esportazione».
E i conti tornano, se si pensa che su oltre 220mila lavoratori attivi in Canton Ticino, 60mila circa sono italiani. «Gli svizzeri non hanno tutti i torti – dice Angelo Cavadini – ma gli italiani fanno lavori che gli elvetici non vogliono fare o per i quali verrebbero sottopagati. Gli svizzeri hanno sempre vissuto e continuano a vivere nella loro “bolla”, speriamo che adesso diano davvero lavoro ai loro giovani».
«È stato un risultato annunciato – dice Elena Saletta, comasca che lavora in Svizzera – gli svizzeri sono giunti al limite della soglia di sopportazione ma è sicuramente un passo indietro nei confronti della Unione Europea e della globalizzazione».
E aggiunge: «Nella Confederazione poco meno di un residente su quattro è straniero, percentuale molto più alta rispetto a quella italiana. Eppure, invece di aprirsi alla diversità e farne una ricchezza, non si fa altro che chiudersi e reprimerla».
«Se fossi stato italiano – dice Danilo Bizzozzero, cittadino svizzero – sarei venuto anch’io a lavorare in Svizzera. Per il tenore di vita italiano, gli stipendi ticinesi sono buoni e ti permettono di vivere serenamente. Ma il costo della vita da questa parte del confine è molto più elevato, e uno svizzero non può permettersi di lavorare guadagnando lo stesso stipendio che percepisce un italiano che risiede nel Belpaese».
Gli ultimi dati disponibili dicono che la percentuale di stranieri in Svizzera corrisponde al 23,2% e c’è chi, come Eduardo D’Amato, nonostante gli italiani rappresentino la seconda forza lavoro nel Paese, dietro soltanto ai cugini francesi, non vedeva l’ora del risultato del referendum.
«Il popolo è finalmente sovrano – dice – e l’Unione Europea ha una serie di regole che non può imporre a tutti. Non possono fare i padroni a casa nostra. I frontalieri rubano il lavoro alla nostra gente, come fanno gli immigrati in Italia». Il partito conservatore che ha promosso il referendum, l’Udc, ovviamente “incassa” dal punto di vista politico il 50,4% di voti favorevoli a un referendum che, alla fine, è passato grazie a uno scarto minimo: 19mila voti.
«Sono italo-svizzero – dice Luigi Sartori – e la Svizzera ha dovuto fare troppi compromessi con l’Unione Europea, non c’è più controllo alle dogane».
Non solo. «I giovani – continua – non trovano più lavoro in quello che è considerato un paradiso fiscale. Al referendum è prevalso un voto di protesta. Abito in Svizzera da 50 anni e almeno prima c’era il contingente per l’assunzione degli stranieri. Adesso non più. C’è un limite alla sopportazione».
C’è poi chi mette a confronto lo scenario elvetico con quello italiano. «Sono sicuro – dice Paolo Piredda – che se facessero questo referendum in Italia, il risultato sarebbe lo stesso poiché anche qui ci si lamenta degli extracomunitari che rubano lavoro».
Tra le persone intervistate non manca anche chi se n’è andato dalla Svizzera per trasferirsi altrove e guarda oggi il risultato del referendum da «esterno» come Danilo Bernasconi. «Abitando all’estero – dice – non ho potuto votare, ma osservo le cose da lontano e forse con maggiore oggettività. C’è solo una cosa che posso dire: la Svizzera è come un bel quadro con una brutta cornice».

Enrica Corselli

Nella foto:
I frontalieri italiani che lavorano in Svizzera sono cresciuti negli ultimi anni a ritmi vertiginosi. Ogni giorno migliaia di persone transitano dalla frontiera, la grande maggioranza in auto, qualcuno anche a piedi

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