Furti in casa a Natale e quadri da recuperare. Erano i Morabito a rimettere le cose a posto
Cronaca

Furti in casa a Natale e quadri da recuperare. Erano i Morabito a rimettere le cose a posto

Il personaggio che emerge più di altri nelle 415 pagine dell’ordinanza dell’Antimafia che ha raccontato quanto avveniva in centro a Cantù, è Giuseppe Morabito, 30 anni, nipote di quel “U Tiradrittu” che è considerato esponente di una delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta della Calabria. È lui che, secondo gli inquirenti, dalla “Città del Mobile” mantiene stretti rapporti e legami con la famiglia di origine. È lui che può sedersi al tavolo con il vecchio boss del Locale di Mariano Comense, Salvatore Muscatello, andandolo a trovare anche quando è ai “domiciliari”; è lui che viene chiamato «fratello» da Ludovico Muscatello, nipote del boss, nonostante componenti vicini ai Morabito l’abbiano gambizzato, ed è sempre lui che – secondo l’accusa – veniva chiamato in causa per ogni controversia da dirimere. Sia per liberare la piazza Garibaldi di Cantù – quella stessa che veniva vessata in ogni modo tra pestaggi e minacce – dagli albanesi («Sull’anima dei morti che li abbiamo allontanati a tutti proprio… sono buoni tragediatori tutti gli albanesi di Cantù»), sia per recuperare il bottino di furti oppure mettere fine alla querelle per un quadro conteso. Tutti elementi che fanno dire al giudici milanesi che hanno firmato l’ordinanza, come emerga l’inserimento di Morabito «nelle dinamiche criminali del territorio di Mariano Comense e di Cantù, approfittando della temporanea carcerazione dei membri storici» della famiglia Muscatello, già colpita duramente dalle precedenti ordinanze della Dda.
Due episodi sono significativi sull’antistato che aveva preso piede in Brianza. Il primo riguarda un furto avvenuto in una casa nella notte di Natale. Non poche cose, ma gioielli e ori per un bottino notevole. La vittima del colpo non solo segnala l’accaduto ai carabinieri (il 27 dicembre), ma decide di rivolgersi anche all’antistato. E lo fa pochi attimi dopo il colpo. Ne nasce una “indagine parallela”, con visione delle immagini delle telecamere, acquisizione di informazioni sul territorio, l’ascolto di “persone informate sui fatti”. Si arriva a sospettare dei parenti rumeni della domestica. Referente di questo lavoro di indagine sarebbe, per la Dda, la famiglia Morabito. L’ordinanza non svela la fine della vicenda che è però sintomatica di quanto avveniva in Brianza. Tanto quanto la questione di un quadro conteso tra una persona vicina ai Morabito e un altro soggetto calabrese. La chiosa arriva proprio dalle parole intercettate di quello che per la Dda era già un giovane boss: «Per quanto riguarda il quadro – dice all’interlocutore Giuseppe Morabito – digli che ce l’hanno gli africesi (l’origine della famiglia è ad Africo, in Calabria, ndr). Hanno detto di andare a prenderlo… e lui non viene».

30 settembre 2017

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