Gajum e Plinia. Antiche fonti ormai esaurite

La storia
Seta, seta e ancora seta. I comaschi sono conosciuti nel mondo per i tessuti pregiati. Eppure, il Lario è anche terra d’acqua. Non solo – e non soltanto – per il lago: nelle valli lariane, infatti, sgorgano pregiate acque minerali. La sorte delle sorgenti, però, non è sempre felice. Tra pochi giorni – come si legge dall’articolo a fianco – l’impianto di imbottigliamento della “Fonte Paraviso” verrà chiuso, dopo oltre un secolo di attività.
GAJUN
Undici anni fa si scriveva
la parola fine su un’altra storica azienda di imbottigliamento, la “Gajum” di Canzo, che attingeva dall’omonima fonte, già nota ai tempi dei Romani. I 33 dipendenti ricevettero nel maggio del 2001 una lettera in cui s’annunciava la chiusura dello stabilimento.
Il nome della fonte derivava da un nobile romano, Lucius Gajus. Tra il 1700 e il 1800, personaggi come Ugo Foscolo e Alessandro Manzoni scelsero Canzo, e le sue fonti d’acqua dalle qualità diuretiche e digestive, per trascorrere periodi di vacanza. All’epoca, però, la preziosa acqua non era sfruttata per fini commerciali. La fonte di Gajum diventò un business negli anni Sessanta del Novecento: più precisamente, nel 1964 un gruppo di canzesi fondò la società Gajum.
Successivamente, l’impianto venne acquistato prima dalla “Sant’Ambrogio” di Lissone, poi dalla “Idrominerale Bognanco”. Quest’ultima azienda finì in seguito sotto il controllo di una holding romana, la “Sorgenti spa”. La chiusura dello stabilimento, spiegava nel 2001 il liquidatore, era riconducibile a perdite d’esercizio: tra il 1999 e il 2000, i due anni precedenti alla cessazione d’attività, l’azienda aveva perso quasi 20 miliardi di lire. Anche la falda acquifera iniziava a scarseggiare: sgorgavano 2-4 litri al secondo, mentre altre sorgenti ne producono dai 10 ai 12 litri.
PLINIA
La “Gajum” chiuse nel 2001. Vent’anni prima, nel 1981, era finita l’epopea di un’altra storica acqua lariana, la “Plinia del Tisone”, che sgorgava a Solzago, sopra Tavernerio.
La “Società Anonima Fonti Plinia del Tisone” era stata fondata nel 1922 da Giuseppe Pirovano e costò un milione di lire, tra opere e acquisto terreni. «Ora non resta che affidare al pubblico intelligente il successo della iniziativa – si leggeva nell’opuscolo pubblicitario dell’epoca – Le prerogative innegabili dell’Acqua Plinia e le bellezze naturali di Solzago, che sorride civettuolo fra il verde festante dei colli profumati, fanno sperare che l’Acqua Plinia oltre ad essere utile agli ammalati delle vie urinarie, sarà anche la fortuna di Solzago». Le prime bottiglie vennero prodotte nello stesso anno, 1922. Quattro anni più tardi, il signor Pirovano cedette l’attività al gruppo “Levissima”, che continuò a imbottigliare l’Acqua Plinia per 43 anni.
Una grossa spinta all’azienda arrivò nel 1969, con l’acquisizione dello stabilimento da parte della “Canturina snc” della famiglia Allievi. Il nuovo investitore comasco ammodernò gli impianti, che da manuali divennero semiautomatici. Si passò dalle bottiglie di vetro a quelle di plastica, e anche le vecchie cassette di legno vennero sostituite da più moderne ceste di plastica. Il problema della Fonte Plinia era la bassa portata: si arrivò a stoccare l’acqua anche di notte, affinché potesse essere imbottigliata di giorno. L’impianto chiuse nel 1981. Il materiale di produzione andò alla “Sorgente Chiarella”, gli impianti alla “Spumador” che li fece diventare parte di un museo

Andrea Bambace

Nella foto:
Il Lario è da sempre terra di sorgenti

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