Galfetti, quando l’arredo “detta” il tessuto

Tesori lariani
Foulard in stile Belle Epoque ispirati a un locale storico di Bellagio
Ai primi del Novecento, a Bellagio, sotto il porticato antistante la stazione di fermata dei battelli, un panificio si trasformò nel Bar Rossi, che ancor oggi, grazie ai suoi arredi originali realizzati dalla ditta comasca Galfetti, accoglie i turisti nel clima d’altri tempi della Belle Epoque.
Ci voleva però l’occhio di un artista-artigiano come Pierangelo Masciadri per cogliere i particolari intagliati nel legno dell’arredo e farli rinascere su supporti completamente diversi: i tessuti.
Nel foulard ispirato alle decorazioni del bar bellagino, raffinatissime sfumature di turchino, rosa antico, blu e grigio colorano le rose, i tralci, il fogliame: una natura filtrata dalle moderne, raffinate sintesi dell’Art Nouveau.
La figura della rosa, in particolare, stilizzata in pochi eleganti tratti sugli arredi del Bar Rossi, richiama analoghi motivi ricorrenti nelle sale da tè britanniche allestite dal celebre decoratore Charles Rennie Mackintosh.
Lo storico bar di Bellagio ha costituito quindi il punto di incontro fra l’artigianato artistico di Pierangelo Masciadri e quello dei Galfetti, ebanisti attivi a Como fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni ’60 del Novecento.
La loro abilità è attestata dalla Cronaca illustrata della Esposizione Nazionale-Industriale ed Artistica di Milano del 1881: «Il Galfetti di Como espone anch’esso un secretaire in legno detto palissandro, con ornati in acero. È un pregevole lavoro perché vi è buon gusto d’artista».
Nel capoluogo lariano la ditta “Giovanni Galfetti e Figli” allestì fra l’altro, in stile gotico piemontese, gli arredi del salone di Palazzo Gallio e quelli del piroscafo “Patria”.
Negli anni ’30, Giovanni Galfetti fu a fianco di Ico Parisi nel gruppo “Alta Quota”. Galfetti morirà poi in Africa, abbattuto con il suo aereo in xombattimento, e Parisi nel 1947 ne sposerà la vedova, Luisa Aioni.
Oltre alla produzione ispirata ai Galfetti, diverse opere di Masciadri sono riferite al territorio lariano: nella serie dedicata a Giuseppe Terragni, ad esempio, ripiegando il foulard che compendia linee e forme del celebre architetto razionalista, l’occhio distingue un disegno prospettico della Casa del Fascio. Nato nel 1951, originario di Caslino d’Erba, Masciadri si iscrisse giovanissimo ai corsi serali dell’Accademia degli Artefici, a Brera, lavorando di giorno: «Dalla stazioncina di Caslino, ai piedi del paese, alle sei di mattina prendevo il treno per Milano e tornavo a casa la sera tardi. La scuola riservava tante ore al disegno e alla pittura, le mie passioni di sempre, ed è questa la mia vocazione: fare arte. Non vengo dal Setificio, e solo a 18 anni sono arrivato a colorare un disegno per tessuti».
Rimase orfano di padre, ma «in casa disegni e colori circolavano», grazie all’attività di artigiani del nonno e dello zio materno. A Caslino, inoltre, il giovane fu orientato e incoraggiato dal milanese Luigi Gennari, creatore del Forum Franciscanum, oasi in cui invitava i maggiori artisti italiani.
Dopo il diploma, iniziano le collaborazioni con prestigiosi studi comaschi di disegno per tessuto, dapprima come dipendente, poi “in proprio”: «Mi sono iscritto agli artigiani, specializzandomi poi nel disegno di cravatte per le principali aziende: avvertivo che la mia vocazione non era quella del lavoro in gruppo: per me la creatività è molto soggettiva».
Dopo aver scoperto a posteriori che una delle sue cravatte era apparsa al collo del presidente americano Bill Clinton in un’occasione ufficiale – onore che si ripeterà con George Bush – Masciadri, a metà degli anni ’90, giunge ad una svolta, legando una sua produzione ad un grande evento: la mostra “I Goti” a Palazzo Reale di Milano. Sulla cravatta venduta al bookshop figura un reperto lariano: la moneta dell’età di Totila rinvenuta in territorio erbese negli scavi di Schieppo, presso Ponte Lambro. Ricorda l’artista, non senza emozione: «All’inaugurazione della mostra vidi con sorpresa la mia cravatta indossata dal critico d’arte Philippe Daverio e da Ottone d’Assia, grande storico dei Goti, figlio di Mafalda di Savoia». Seguiranno i foulard, le cravatte e gli altri oggetti dedicati a Leonardo in occasione dell’esposizione milanese del Codice Leicester, quelli per la mostra mantovana sui Gonzaga, quelli richiesti dai principi di Monaco dedicati ai delfini: tema sviluppato incrociando figurazioni riferite ai miti greci, a un passo di Plinio il Vecchio, alla Camera degli Sposi di Mantegna e al simbolo del celebre stampatore veneziano Aldo Manuzio.

Giuliana Panzeri

Nella foto:
A sinistra e sopra, particolari degli arredi lignei del Bar Rossi, che richiamano analoghi motivi ricorrenti nelle sale da tè britanniche allestite dal celebre decoratore Charles Rennie Mackintosh

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