Gavino Ledda erede di Plinio

Personaggi – Al classico di Como lezione dello scrittore di “Padre padrone”. Giovedì alle 21 incontro pubblico a Lurago Marinone
«Io mi sento l’erede di Plinio il Vecchio, l’erudito di origine comasca che morì per la scienza e con la sua Naturalis historia ha proseguito uno studio di conoscenza della natura partito già con il poeta Empedocle. E mi sento anche l’erede di Lucrezio, il poeta del De rerum natura». Lezione di alto livello ieri pomeriggio nella Sala Benzi del liceo classico “Alessandro Volta” di Como, con l’autore del romanzo Padre padrone Gavino Ledda. Storia di un bambino di 6 anni che viene costretto
dopo pochi giorni di scuola ad abbandonare l’istruzione per aiutare il padre a governare il gregge nei pascoli di Baddhevrùstana. Il piccolo Gavino cresce nel pieno isolamento dalla civiltà e dai contatti umani. Sarà il reclutamento nell’esercito a 21 anni a permettergli di fuggire. Lo scrittore sardo, dopo il successo del libro, ha vissuto altri calvari: oltre vent’anni di crisi artistica ed esistenziale, un tunnel da cui è uscito conquistando una lingua poetica del tutto nuova, che darà corpo al suo nuovo romanzo-poema in uscita tra un anno, o poco più, in forma di libro. «È la prima volta che ne parlo in pubblico», ha detto ieri al Classico di Como.
Gavino Ledda al pubblico degli studenti del Volta ha illustrato il proprio mondo poetico e il proprio metodo di lavoro, e le contraddizioni che lo hanno animato dopo il successo planetario di quel romanzo del 1975, una toccante opera autobiografica in cui racconta l’esperienza di pastore analfabeta, durata 15 anni. Schiavo del padre Abramo.
Una vita unica, tutta in salita, quella di Gavino Ledda, e un’esperienza intrinsecamente esemplare, tanto che l’incontro al Volta ha preso il titolo da un verso dal primo libro delle Georgiche virgiliane, Labor omnia vicit improbus, «la dura fatica aiuta a sconfiggere ogni difficoltà». È stata, così, una bella lezione di etica per i ragazzi e i loro professori.
«C’ero solo io in mezzo alla natura, e mio padre che ogni tanto saliva al pascolo. Ma gli sono comunque grato, per quel che mi ha insegnato. E una storia come la mia non potevo non raccontarla – ha commentato Ledda a Como – Ho potuto farlo perché dopo la schiavitù mi sono imbevuto di quattro alfabeti, l’italiano, il latino, il greco e il francese, li ho addirittura trangugiati come acqua, e così mi sono sentito allievo di Molière, Dante, Omero e Lucrezio», ha rivelato Ledda alla platea degli studenti. Che nei giorni scorsi hanno visto il film del 1977 dei fratelli Taviani tratto dal libro. «Ho potuto salvarmi – ha aggiunto – perché con la maggiore età mi sono deciso a riprendere da zero gli studi da cui mio padre mi aveva strappato, dopo appena un mese di prima elementare. In meno di 10 anni ho potuto prendere il diploma e poi la laurea, in Glottologia, io che ero partito da analfabeta. E mi sono ritrovato assistente all’Università di Cagliari: mai successo nella storia un caso simile. Ma non condividevo le regole del mondo accademico, e così me ne sono andato».
Gavino Ledda ha impiegato i proventi del successo di Padre padrone in un appezzamento di 6 ettari di terreno nel suo paese, lo stesso in cui è ambientata la storia, Siligo. E su questa terra ha piantato negli anni circa 3.000 essenze autoctone, per documentare tutte le varietà di piante tipiche della Sardegna. Sempre nella sua Siligo, si è battuto perché il paese non fosse invaso da cave abusive di silicio, con regolare denuncia in Procura. Ricevendo fucilate a pallettoni sulla porta di casa per essersi erto una volta di più come paladino della natura, un ruolo che incarna soprattutto con i suoi scritti e che lo accomuna all’amico e sodale Mauro Corona, altro scrittore “ecologista”. Per i suoi meriti letterari e culturali, lo scrittore sardo beneficia della legge Bacchelli, come Guido Ceronetti e Alda Merini. Gli altri autori sardi, come il Nobel Grazia Deledda e il premio Campiello Michela Murgia? «Sono orgoglioso di essere italiano e sardo – dice – Detto questo, niente di personale, ma sono autrici che appartengono a quella che io definisco la dimensione “euclidea” e “platonica” della lingua. Io mi sono sentito come l’umanità del mito della caverna di Platone: mi sono risvegliato da una sorta di letargo linguistico, perché dopo essermi imbevuto di lingue e letterature, mi sono reso conto che erano parole morte, abusate, vuote. Anche il film dei Taviani ha travisato e messo in caricatura parte del mio libro Padre padrone. Così ho capito che c’è bisogno di una nuova parola, che chiamo “pluripatente” o “totipatente” e cioè capace di parlare a 360 gradi, e dire fino in fondo lo spirito del creato, il soffio vitale che lo genera, lo abita e lo anima. Perché la poesia è ricerca dello spirito, e senza spirito siamo meno che animali».
Il mondo vegetale, quello minerale, quello animale, sono entità che ci parlano, per Ledda. Anche attraverso belati, muggiti, pietre che rotolano, venti che sibilano. «La scienza, con geni come Galileo e Bohr, ha saputo rompere con il passato. Deve farlo anche la lingua. Io in questa crisi linguistica mi sono sentito figlio dell’idrogeno, degli elementi. Così ho voluto dar vita con il mio nuovo libro a un idioma alternativo, che permetta di inventariare il flusso della natura come faceva Plinio il Vecchio, tramite un alfabeto tratto dagli stessi elementi naturali».
Ledda sarà nel Comasco ancora per qualche giorno: visiterà il Teatro Sociale, per ammirare il “velario” ottocentesco che sul palcoscenico racconta la tragica fine dello scrittore Plinio il Vecchio, «protomartire della scienza sperimentale» come lo definì Italo Calvino, per essersi avvicinato troppo al Vesuvio in eruzione. E  giovedì 7 giugno alle 21 Ledda sarà ospite della Biblioteca di Lurago Marinone, nella sala consiliare in via Castello 2, per un incontro con il pubblico dei lettori, a ingresso libero.

Nella foto:
Sotto, Gavino Ledda ieri pomeriggio nella Sala Benzi del liceo classico Volta di Como durante la conferenza per gli studenti. A destra, la statua che raffigura lo scrittore ed erudito del I secolo dopo Cristo, Plinio il Vecchio, sulla facciata del Duomo di Como

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