Genitori e doping: «Perso di vista il senso dello sport»

Il parere dello psicologo specialista
Daniele Crosta: «Bisogna rendersi conto del fatto che i ragazzi hanno il diritto di non essere campioni»
Genitori che fanno assumere sostanze proibite ai figli. È quanto è emerso nell’indagine su un giro di doping coordinata dal magistrato torinese Raffaele Guariniello. Un’inchiesta che ha toccato anche il Comasco.
Ma soprattutto una vicenda che apre la riflessione su vari aspetti, soprattutto su quello del ruolo dei genitori.
Ed è su questo argomento che si sofferma Daniele Crosta, già azzurro di scherma (medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sydney) e oggi psicoterapeuta e psicologo dello sport.
«I genitori sono una figura di importante supporto per i giovani atleti – spiega – perché creano le condizioni finanziarie e affettive per fare sport».
«Quando si ha a che fare con adolescenti – aggiunge Crosta – i ragazzi hanno bisogno di sperimentarsi in maniera indipendente e il padre e la madre devono essere una sponda sicura a cui fare riferimento in questo cammino».
Il problema è quando questa presenza diventa troppo invasiva. «Questo accade quando i genitori trasferiscono sui figli le proprie proiezioni e aspirazioni e sognano che tutti diventino grandi campioni. Ma non tutti possono diventare un Paolo Maldini o un Diego Armando Maradona».
«Ancora più grave, e quasi patologico – aggiunge Crosta – che qualcuno fornisca al figlio una sostanza dopante. Vuol dire perdere completamente di vista il senso dello sport».
Lo psicologo vede solo un’attenuante: «Quella dell’ignoranza. Ossia che non ci si renda conto di quello che viene somministrato ai ragazzi. Ma ciò non toglie che sia un gesto gravissimo, anche perché questo può avere ripercussioni sul fronte educativo». Crosta spiega: «In questo modo non si riconosce la sconfitta, che invece è un’opzione che può capitare e va sempre considerata. E allo stesso tempo si inculca l’idea che nella vita si possono trovare scorciatoie, fare meno sforzi. Invece gli obiettivi possono essere raggiunti mettendo in conto il fatto che si debba fare fatica e si debba lottare».
«E non dimentichiamo – aggiunge – che i campioni sono tali perché danno un senso alla sconfitta, la sanno accettare e sono capaci di perdere più degli altri. Ci si deve rendere conto, insomma, e questo è un principio della carta del Panathlon, che i ragazzi hanno il diritto di non essere campioni».
Daniele Crosta, infine, tiene a fare un discorso importante che riguarda i genitori per evitare che ci siano generalizzazioni. «Sicuramente ci sono casi che vanno valutati e problemi che ho analizzato. Ma allo stesso tempo non va dimenticato che i genitori hanno un ruolo fondamentale perché mettono risorse e tempo per far praticare sport ai loro figli. E nella fase iniziale è tutto a loro carico».
«Poi magari arrivano le società che prendono in carico i ragazzi – conclude – ma non dimentichiamo che di base lo sport si fonda sulle famiglie. I genitori vanno aiutati e sostenuti: il loro mestiere, alla fine, è sempre molto difficile».

Massimo Moscardi

Nella foto:
Sconcerto per le notizie dall’inchiesta sul doping

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