Gentile torna in Libia dopo 50 anni. Ed è pronto a guidare la Nazionale

«Che emozione rivedere la mia scuola e il campetto dell’oratorio»
Un viaggio di andata e ritorno da Tripoli, capitale della Libia, durato cinquant’anni. Mezzo secolo in cui Claudio Gentile, lasciata l’Africa da bambino, è diventato un mito del calcio italiano e internazionale.
Campione del mondo nel 1982, sei scudetti, una coppa Uefa e una Coppa delle Coppe vinti con la Juventus. Poi una carriera da allenatore, la Nazionale Under 21 con apice nel 2004 quando vince l’Europeo e ottiene il bronzo olimpico. Nel 2006 la contestata sostituzione ordinata dal
commissario straordinario della Federcalcio, Guido Rossi. Il suo esonero è oggetto di una lunga battaglia legale che si dovrebbe concludere a breve in sede civile.
E poi? C’è un futuro come allenatore della Nazionale libica per Gentile? Le cose sembravano già fatte questo autunno, poi il silenzio. Ora il viaggio. E al ritorno nella sua Como – il Lario ha accolto la famiglia Gentile quando Claudio era bambino e l’ex difensore azzurro non l’ha mai abbandonato – ecco cosa dice l’uomo che fermò Maradona e Zico nei Mondiali di Spagna 1982.
«Prima dobbiamo risolvere il contenzioso con la Federazione Italiana – dice Gentile – Ma è vero, mi hanno chiesto di prendere in mano la Nazionale».
La guerra civile ha segnato pesantemente anche il calcio? «Ora c’è grande fermento e voglia di far ripartire un campionato interno. A livello di Nazionale, la squadra ha preso parte alla Coppa d’Africa, ha giocato il suo girone senza qualificarsi per la fase finale (proprio oggi si assegna la Coppa in Gabon nella sfida tra Zambia e Costa d’Avorio, ndr). In giugno ci saranno le qualificazioni per i Mondiali. Penso che ci siano buoni presupposti per chiudere un accordo».
Ma l’aspetto calcistico è passato decisamente in secondo piano in questo viaggio di Gentile in Libia. Un ritorno nella terra in cui l’ex difensore nacque da emigranti siciliani (originari di Noto) e visse fino agli otto anni.
«Nel 1961 siamo tornati in Italia, mio padre intuì che il clima stava cambiando, soprattutto per gli stranieri, anche se il colpo di Stato di Gheddafi arriverà solo nel 1969».
Cinque giorni di viaggio, per rivedere i luoghi dell’infanzia. «È un sogno che ho coltivato a lungo – spiega Gentile – In precedenza Gheddafi mi aveva sempre negato la possibilità di tornare il Libia. Temeva l’effetto mediatico del mio viaggio. Non voleva che nessuno raccontasse le condizioni in cui viveva la popolazione».
Che tipo di viaggio è stato? «Sono stato a Tripoli e a Bengasi – dice – una città quest’ultima che non avevo mai visitato. Sono stato accolto benissimo, dopo cinquant’anni è stato esaudito un mio desiderio. Ho rivisto la mia scuola, il campetto in cui giocavo a pallone. Il campetto c’è ancora, così come l’oratorio e la chiesa. Quello che più mi ha sorpreso è comunque la voglia della gente di riprendersi il proprio Paese e di dimenticare in fretta il brutto passato recente».
I segni della guerra civile e anche delle bombe sono evidenti?
«Assolutamente no – commenta Gentile – Tripoli e Bengasi sono due città moderne. I servizi funzionano. Le uniche cose che ho visto danneggiate dai bombardamenti sono gli edifici militari, le armerie e il bunker in cui viveva Gheddafi».
Si dice che qui da bambino abbia imparato alcuni trucchi del mestiere per diventare uno dei più forti difensori del mondo.
«È vero, giocavo con alcuni coetanei libici che erano già più smaliziati. Finita la scuola correvamo al campetto dell’oratorio di Sant’Antonio e giocavamo a pallone tutto il giorno», conclude Claudio Gentile, nato a Tripoli il 27 settembre 1953 e per questo appellato da alcuni tifosi avversari “il libico” o “Gheddafi”. Soprannomi che il campione del mondo 1982, comasco d’adozione, non ha mai gradito.

Paolo Annoni

Nella foto:
Claudio Gentile durante l’assegnazione dell’Abbondino d’oro a Borgonovo

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