di Mario Guidotti, Opinioni & Commenti

Giacomo e l’ictus: siamo tutti in prima linea

di Mario Guidotti

Giacomo era un cinquantenne in perfetta salute. Lavoro, famiglia e amici, oltre alle uscite in bicicletta, seguite da interminabili mangiate. Quel giorno  della cronoscalata del “Soccorso”, dopo il cinghiale con la polenta, ha sentito un braccio legnoso, ma ha pensato fosse stato un colpo preso in bici. Quando la gamba dello stesso lato è parsa rigida ne ha parlato agli amici, che tra una risata e l’altra hanno subito sdrammatizzato pensando ai crampi da sforzo.

Ma Fabio, suo sodale da sempre, da un piccolo box della  mente ha estratto le istruzioni di una campagna di prevenzione ascoltata distrattamente il mese prima. Si chiamava “Stop all’ictus”, una palla con cui quei gufi dei neurologi di Como ammorbano da anni la città e la provincia. «Caspita, e se Giacomo avesse un ictus veramente?» pensò Fabio. Così fece velocemente una telefonata ad un amico medico, che gli disse di controllare bene la simmetria della bocca del malato.

«Diavolo, è un po’ storta». Nell’ictus si dice che “il tempo è cervello”, perché dall’evento trombotico iniziale scatta una specie di clessidra biologica che detta i tempi di morte delle cellule cerebrali, alla quale corrispondono perdite di funzioni, fino a quella della vita stessa. Pur nello sconcerto generale Fabio ha chiamato il 112, l’ambulanza era lì in trenta minuti anche se in zona impervia. Poi di corsa al primo ospedale dotato di Stroke Unit, la struttura finalizzata al trattamento acutissimo degli attacchi cerebrali vascolari. In un’ora Giacomo era preso in carico dai sanitari, che si sono avventati su di lui come i tecnici della Ferrari in un pit stop della Formula 1.

Nel frattempo il disturbo leggero era diventata una vera paralisi del lato sinistro che lui non muoveva più con la propria volontà, il volto non era più il suo. In altri 15 minuti era sotto la TAC che confermava la diagnosi: ictus cerebrale per trombosi dell’arteria cerebrale media destra. Bisognava non solo cercare di sciogliere chimicamente il trombo (immaginate tipo un tappo che chiude un tubo che porta sangue al cervello), ma c’era la possibilità di rimuoverlo meccanicamente tramite un microcatetere che, entrato dall’inguine, può risalire fino al cervello.

È stata chiamata una squadra appositamente reperibile e Giacomo portato in sala angiografica. Detta così sembra una passeggiata, ma ci sono di mezzo altri esami, altri passaggi fondamentali ed un percorso diagnostico-terapeutico organizzato nei minimi particolari e costantemente oliato. In tre ore dall’inizio dei sintomi (non dimenticate quella clessidra virtuale che scorre e che dà la misura delle cellule del cervello che si perdono ad ogni secondo che passa nel corso di un ictus cerebrale) Giacomo era fuori dal tunnel. Trombo rimosso.

Veniva portato in Stroke Unit e monitorato. Qualche giorno di controlli, esami, due settimane di riabilitazione e Giacomo è tornato alla sua vita piena. Un successo di tutti, ma non dimentichiamo quel ricordo di Fabio che ha permesso di riconoscere l’evento con grande tempestività. Chiunque è in prima linea e può salvare un suo simile.

27 Nov 2018

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