Gilardoni l’inglese è tornato a casa

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«In Inghilterra ci sono meno pressioni sui giovani canottieri. Il mio futuro? Vedremo»

Domenica si apre il mondiale di canottaggio in Corea. Mondiale che, per il secondo anno consecutivo, sarà orfano del campione del remo più titolato di tutti i tempi, il bellagino Daniele Gilardoni, che dall’alto dei suoi 11 ori ha superato nel Guinness dei Primati il leggendario inglese Sir Matthew Clive Pinsent.
E proprio dall’Inghilterra, il “Gila” è appena tornato. Novantanove anni dopo la vittoria di Giuseppe Sinigaglia, un atleta del Lago di Como è sbarcato nel Regno Unito per insegnare

canottaggio. Cinque mesi a Manchester per allenare in uno dei circoli privati locali, il glorioso Agecroft. E proprio in questi giorni i suoi allievi la hanno raggiunto a Bellagio per un breve tour.
«Ho preparato un otto e un quattro di coppia, gareggiando io stesso in tutte le maggiori competizioni inglesi, da Henley a Eaton e Nottingham – spiega Daniele – Si è trattato di un’esperienza sicuramente positiva. Un arricchimento a livello umano e anche tecnico».
Com’è il livello del canottaggio inglese?
«L’Inghilterra è la patria del canottaggio, non dimentichiamolo – spiega Gilardoni – Lo sport del remo è ancora popolarissimo e si può contare su un materiale umano notevole. Però in alcune cose si tratta di un mondo diciamo più rilassato rispetto all’Italia».
In che senso?
«L’approccio con i giovani è molto più blando. Io seguivo due ragazzi della Nazionale, categoria Junior. Da noi i giovani si allenano due volte al giorno, mentre in Inghilterra viene chiesto un impegno quattro volte la settimana. Se poi si avvicinano gli esami della scuola gli atleti si fermano per una, due settimane. Tutti continueranno il canottaggio anche all’Università, ma perdere l’accesso a Oxford e Cambridge è deleterio per un canottiere. Un esame andato male significa punti in meno e lo sport non apre le porte dell’Università».
In Italia sarebbe impensabile questo modello.
«Noi tendiamo a spremere gli atleti maggiormente fin da giovani. Si chiede il risultato subito, poi molti si perdono per strada. Anche a livello di preparazione ci comportiamo in modo differente. Devo però dire che a livello fisiologico il canottiere italiano è diverso da quello inglese. Ho visto dei ragazzi di Manchester recuperare in tempi strettissimi una o due settimane di inattività. Io se mi fermo dieci giorni – dice il Gila – ho tempi molto più lunghi di recupero».
In Inghilterra non esistono i corpi militari per lo sport, come si sovvenzionano i canottieri?
«I corpi militari sono un’esclusiva dell’Italia e di alcuni Paesi dell’Est Europa. Io ho sempre gareggiato per società sportive e così avviene anche in Inghilterra. Se un anno hai un infortunio e non ottieni risultati rischi tutto, non puoi vivere di rendita. Ci sono campioni inglesi che fanno i camerieri d’inverno o quando non ci sono competizioni. Ma avviene anche in altri Paesi. Il capovoga della Danimarca che è stato alle Olimpiadi di Londra, lavora in fabbrica per sei mesi all’anno».
E Gilardoni, cosa farà domani?
«Lavorerà tutto l’anno come sempre – sorride Daniele – Sono tornato in Italia per restare anche se le offerte dall’estero non mancano. Mi chiedono di allenare e di mettermi ai remi. Un modello alla Zambrotta, mio compagno di giunta al Coni. Per l’estero devo valutare una proposta dagli Stati Uniti, una dall’Inghilterra e una dalla Slovenia. Però l’Italia mi è mancata tanto. Ho fatto questa esperienza in accordo con la Federcanottaggio e tengo sempre i contatti con il presidente Abbagnale e tutto lo staff. Prima di tutto devo parlare con il mio club attuale, la Canottieri Milano. Poi prenderò una decisione».
L’anno scorso, di questi tempi, ci fu un’accesa polemica con l’ex presidente Enrico Gandola e non solo. Avete fatto pace?
«Onestamente non ci siamo più incontrati, ma io non serbo rancore. La Federazione non stava ascoltando più gli atleti che invece sono una componente importante e così io avevo preso le difese della mia categoria».
Con Abbagnale invece tutto bene? Non si è però tornati al vecchio canottaggio, quello piagnone?
«Il canottaggio è uno solo, non esiste antico o moderno. Io tornerei domani al canottaggio di Sinigaglia. Abbagnale da solo è in grado di attirare i media e il canottaggio ha bisogno di questo. Certo, dopo dei “Fratelloni” nessuno è riuscito più nel nostro sport a entrare nel cuore degli italiani, ma quello fu anche merito di Giampiero Galeazzi. Si deve ricreare un nuovo binomio atleta-commentatore tv».
Anche lei in televisione e sulla stampa non ci va più così di frequente?
«Mi accusavano di apparire troppo, ma oggi senza Gilardoni a Como si parla molto meno di canottaggio. Eppure i campioni non mancano. Guardate i giovani della Canottieri Lario, mia ex società. Riccardo Coan, Andrea Guanziroli e i gemelli Davide e Lorenzo Gerosa. Li ho visti crescere giorno dopo giorno e oggi sono dei campioni a livello internazionale. In pochi li conoscono. Ma hanno anche la testa sulle spalle, spero possano continuare».
Con il metodo italiano o inglese?
«Non sono ancora un allenatore di questo livello, non posso giudicare».
L’altro “vecchietto” di Bellagio, Franco Sancassani che fine ha fatto?
«Corre in montagna e vince, poi allena. Mi ha chiesto di allenarmi per il prossimo anno ma lo faccio solo se torna in barca anche lui – ride Gilardoni – C’è un progetto a Pusiano che spero possa decollare con la fine dei lavori del centro remiero. Il lago brianzolo è la palestra ideale per formare giovani talenti e con Sancassani mi piacerebbe lavorare proprio sul futuro del nostro sport».
Come andrà l’Italia ai Mondiali?
«Spero in una medaglia per Ruta e per Betta Sancassani, se la meritano. Mentre per Sabrina Noseda e Gaia Marzari della Lario sarà più difficile, ma loro sono giovani e l’esperienza di gareggiare in Corea con condizioni climatiche al limite sarà importante. Era successo anche a me ai Mondiali vinti a Gifu, in Giappone».

Paolo Annoni

Nella foto:
Daniele Gilardoni con i suoi allievi britannici: Joshua Bugajski, Oliver Lee, Hamish Burrel e Hugh Gallie.

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