Gino Bartali e il Ghisallo, una storia di devozione. Il ricordo nel 20°anniversario dalla scomparsa del campione toscano

Gino Bartali

Un personaggio che era molto legato al Ghisallo e al suo Santuario. Un mito dello sport scomparso il 5 maggio del 2000: martedì sarà il ventesimo anniversario. Gino Bartali è stato un grande del ciclismo, ma non soltanto.
Lo si ricorda, infatti, anche come “Giusto fra le Nazioni” per aver fatto parte di una organizzazione che nel corso della Seconda guerra mondiale in Toscana salvò ebrei locali e rifugiati. Bartali nascose documenti importanti nella sua bicicletta.
Una scelta che lo accomuna a un grande comasco, Giorgio Perlasca, pure nominato “Giusto” che fingendosi diplomatico spagnolo a Budapest, salvò in questo modo oltre 5mila persone.
Gino Bartali, come detto, è stato molto legato al Ghisallo, che fu prima teatro di sue imprese come ciclista. Il campione di Ponte a Ema conta nel suo ricco palmares, tre successi al Giro di Lombardia, nel 1936, 1939 e 1940, che si concludeva a Milano.
Nel 1936 proprio sulla salita che porta al Colle scattò ripetutamente e fece la selezione per poi battere in volata Diego Marabelli e Luigi Barral. Nel 1940, invece, il suo scatto decisivo fu proprio sull’ascesa del Ghisallo: Bartali giunse all’arrivo con 4’7’’ di vantaggio sul secondo, Osvaldo Bailo. Una supremazia netta in una corsa in cui era al via quello che poi sarebbe stato il suo grande rivale, Fausto Coppi, che terminò soltanto in sedicesima posizione.
Il Santuario viene evocato in un’altra vicenda che riguarda il campione: nel 1948, alla vigilia del Tour de France che avrebbe poi vinto (salvando l’Italia da una nuova guerra civile nei giorni dell’attentato a Palmiro Togliatti, segretario del Pci), Bartali non aveva buone sensazioni, ma durante un allenamento salì proprio al Ghisallo e dopo qualche momento di preghiera ne uscì rinfrancato, pronto a compiere una nuova grande impresa. La bicicletta che utilizzò in quella occasione (con il numero 31) è ora conservata al Museo del Ciclismo a Magreglio, al pari di quella del 1938 (con il 13), anno della sua prima vittoria al Tour.
Non soltanto. Dal 1949 in poi Bartali volle correre con una medaglietta della Madonna del Santuario del Ghisallo incastonata nel manubrio della bicicletta. Prima, invece, aveva l’immagine di Santa Teresa del Bambin Gesù.
Ma la storia del corridore toscano con la chiesa del Triangolo Lariano non si limita alla vicende agonistiche. Gino Bartali fu in prima linea negli anni in cui fu chiesto di proclamare la Madonna del Santuario quale patrona dei ciclisti, come poi avvenne nell’ottobre del 1949. Era il giorno 13: quel giorno una fiaccola partì da Roma per arrivare proprio sul Colle di Magreglio. Gli ultimi a portarla furono proprio Coppi e Bartali (che tra l’altro era nell’esecutivo del comitato che aveva portato avanti la proposta). Gino negli anni è tornato spesso sul Lario, in occasione di celebrazioni e ricorrenze, e ora davanti all’edificio sacro c’è un busto che lo ricorda. «Il Santuario rimane un punto di grande riferimento morale e spirituale per tutti i ciclisti – aveva detto – La Madonna è conosciuta ovunque e non soltanto dai corridori».
In pochi forse sanno che Bartali nel Comasco rischiò anche di perdere la vita in un incidente automobilistico all’incrocio tra Cantù e Cermenate sulla Statale dei Giovi: era il 1953. In viaggio verso Lugano, la Lancia Aurelia di Bartali venne centrata da una vettura che non rispettò uno stop: il campione fu sbalzato fuori dall’auto e ricoverato prima all’ospedale di Cantù poi a Milano. Per lui due vertebre fratturate, ematomi, escoriazioni e una emorragia intestinale. Ma se la cavò.

Immagine dal libro “Gino Bartali-Mille diavoli i corpo” scritto da Paolo Alberati e pubblicato da Giunti: il passaggio dal Ghisallo del Giro di Lombardia 1936, vinto dal toscano


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