Cultura e spettacoli

Giudice invita a rileggere Giovanni Gentile: «È il più grande filosofo italiano del ’900»

alt(l.m.) «Giovanni Gentile è il più grande filosofo italiano del ’900, ha saputo esprimere realmente la potenza della speculazione filosofica, intesa come ricerca del principio unificatore di tutto il reale».
Parola di Gianfranco Giudice, docente comasco che pubblica da Aracne un’antologia di scritti del filosofo (nella foto grande) a 70 anni dalla morte. «Un percorso di testi organico che comprende tutti i momenti più rilevanti della produzione gentiliana – spiega – Dalla definizione

teoretica dell’attualismo alla pedagogia, all’impegno politico ed ideologico, al sostegno del fascismo fino alla vicenda tragica della sua morte, nel fuoco della guerra civile e di liberazione che ha sconvolto l’Italia nel 1944».
«Gentile è stato un grande metafisico, a differenza di Benedetto Croce i cui interessi in fondo erano più storici e storiografici che puramente filosofici – aggiunge Giudice – Gentile è stato in sintonia con le principali correnti della filosofia europea, anche se questo è stato chiaro solo dopo la sua morte ed in anni tutto sommato recenti. Questo fatto è importante, perché smentisce il presunto provincialismo della filosofia italiana del ’900, cosa non vera neppure per Croce».
Ma perchè rileggerlo oggi? «L’attualismo gentiliano, come documento nell’antologia, è del tutto in sintonia con una delle correnti più avanzate della filosofia novecentesca, ovvero con la fenomenologia del grande filosofo tedesco Edmund Husserl, elaborata proprio negli stessi anni di inizio ’900».
Ma per rileggere Gentile, occorre spazzare il campo da pregiudizi ideologici e politici? «A settant’anni esatti dalla morte del filosofo siciliano – spiega Giudice – credo sia giusto andare oltre la “damnatio memoriae” che è caduta sulla sua testa, al punto che le sue opere sono difficilissime da reperire, a differenza di quelle di Croce. Gentile è stato per anni il principale ideologo del regime mussoliniano, anche se ad un certo punto non ha avuto più ruoli politici di primo piano all’interno del regime. Vedeva nel fascismo e nel Duce il vero compimento del Risorgimento italiano e del liberalismo, e non servirebbe a nulla tentare di separare la teoria filosofica dalla prassi politica, perché nell’attualismo gentiliano teoria e prassi sono tutt’uno, il pensiero è azione e l’azione è pensiero. Questo naturalmente non esclude molte contraddizioni, relative per esempio alla vicenda delle leggi razziali del ’38: Gentile non era razzista e non poteva esserlo alla luce della sua filosofia spiritualista, tuttavia non si oppose alle odiose leggi razziali, pur senza dare alcun contributo alla loro attuazione, anzi adoperandosi per salvare molti colleghi ebrei dalle persecuzioni messe in atto dal regime mussoliniano, così come aveva fatto collaborare molti studiosi ebrei all’Enciclopedia italiana da lui diretta. Gentile fu fascista fino alla fine, aderì alla Repubblica sociale italiana nel ’43, dunque legò il suo destino a quello di Mussolini fino alla morte. Il filosofo avanzò in quel finale di partita una irrealistica proposta di riconciliazione nazionale, in grado a suo parere di superare la tragedia della guerra civile tra italiani: questa iniziativa gli provocò non poche opposizioni anche all’interno del regime fascista repubblicano, al punto che qualche studioso ha avanzato da tempo l’ipotesi che la morte del filosofo nell’aprile del ’44 fosse voluta anche dalle fazioni più estremiste del fascismo, oltre che dai comunisti, magari col beneplacito dei servizi segreti inglesi, per i quali il filosofo vivo poteva rappresentare un problema dopo la guerra. Una situazione analoga si sarebbe ripetuta in occasione della fine di Mussolini».
Per Giudice, però, è interessante rilevare quanto Gentile sia rimasto sempre fedele alla proprie idee: «Questo credo meriti comunque rispetto dal punto di vista etico. Dico questo pensando anche a quanti dopo la guerra hanno nascosto le loro scelte politiche precedenti cercando di rifarsi una verginità impossibile, uno per tutti Martin Heidegger, la cui adesione al nazismo fu indubbia, ma che nonostante questo, a differenza di Gentile, è letto, commentato e continuamente pubblicato e ripubblicato. È giusto, ci mancherebbe, perché Heidegger è un grandissimo pensatore, ma Gentile non è da meno».
Vent’anni fa una biografia di Croce, come leggere questo suo amore per l’idealismo in chiave storica? «In effetti il mio è davvero un amore per l’idealismo filosofico, ed in particolare per il cosiddetto neoidealismo o neohegelismo italiano, ovvero Croce e Gentile. Questa passione nacque tanti anni fa, anche per reazione al fatto che Croce e Gentile fossero quasi oggetto di ostracismo, anche all’Università. Poi, all’inizio degli anni ’90, Croce fu sdoganato. È un grandissimo scrittore, è un grande storico, Gentile è invece un filosofo puro, anche se un pessimo scrittore».

2 Ottobre 2014

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