Gli allenamenti non servono, è tutto merito di un gene

Megliio l’ippica

di Paolo Annoni

Per chi è padre e sogna che suo figlio, oggi impegnato a tirare calci su un polveroso campetto dell’oratorio, diventi il Leo Messi del futuro questa notizia è una doccia gelata. È stato scoperto un gene che predispone a diventare atleti di alto livello. Chilometri su chilometri in auto per non fargli perdere neanche un allenamento o una partita di campionato. Tutte le domeniche impegnate da ottobre a maggio. Il tifo da dietro la rete metallica, il sostegno morale dopo le sconfitte, l’acquisto
degli scarpini colorati, le critiche all’allenatore e ai compagni che non passano mai la palla, il sofferto cambio di società nella speranza che quella squadra satellite dell’Inter possa dare qualche garanzia in più. Tutto questo non serve a niente se il nostro pargoletto non è “predisposto”.
Che lo sport ad alto livello non sia praticabile da tutti lo sapevano già ai tempi della prima Olimpiade. Ma ora la scoperta scientifica è stata pubblicata da ricercatori dell’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano in collaborazione con le Università di Udine, di Vanderbilt nell’Iowa e del Tennessee. Sono stati studiati i Dna di 663 persone, tra i quali 205 atleti, 53 agonisti di alto livello, 152 dilettanti e 458 non atleti. Gli agonisti hanno in misura doppia rispetto agli altri un gene. Sì ma non il gene del gol o del canestro, bensì la molecola responsabile dell’infiammazione dell’apparato muscolare dopo gli sforzi fisici. I campioni insomma avranno più dolori dopo gli allenamenti o le partite, ma recupereranno più velocemente rispetto agli altri.
L’unica consolazione in tutto questo è che la scoperta è anche un po’ comasca. Giuseppe Banfi, direttore scientifico del Galeazzi è stato infatti direttore sanitario di Villa Aprica dal 2001 al 2003.

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