Gli imbonitori della Fiera erano ambasciatori della civiltà orale

I giorni della Fiera si intrecciano con quelli della Fede. È come se gli aspetti commerciali e ludici avessero una stretta parentela con la dimensione spirituale e religiosa. Non è esattamente così, ma c’è stato un tempo in cui il nesso era forte. La stessa ricorrenza patronale di Sant’Abbondio, a fine agosto, ripropone l’abbinata, che include perfino il concorso del bestiame. Tradizioni che rinviano a origini antiche, quando la festa includeva tutto e non era disgiunta dal vivere quotidiano

, dall’economia contadina e dalle sue specificità.
Le bancarelle “speciali” lungo viale Varese, a ridosso del cuore antico di Como e della Basilica del Crocifisso, uno dei centri della Settimana Santa (l’altro è il Duomo), attirano tuttora una folla di pellegrini e di curiosi. Non mancano colori e profumi, “invenzioni” e occasioni per l’acquisto di piccole utilità. Il “suk” odierno, però, segna una cesura netta con il mercato di qualche decennio fa. Annovera più rari imbonitori, vale a dire quelle straordinarie figure che si incaricavano di illustrare le meraviglie dei prodotti messi in bella vista sulle bancarelle. Non si accontentavano di darne dimostrazione, come ancora oggi avviene. In un crescendo di intensità vocale, che per essere più convincenti diventava verbo tonante come nella scena madre di un’opera lirica, promettevano “regali” a sorpresa, nascosti in scatole di ragguardevoli dimensioni. Il fine era vendere, ma il vendere veniva dopo. Attorno a loro, si formavano capannelli di uditori che in breve diventavano folla incantata. Quegli improvvisati cantastorie erano – senza saperlo – ambasciatori perfetti, anche se un po’ sguaiati, di una civiltà orale che oggi non esiste più. Era però di gran lunga più affascinante dell’attuale.

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