“Grande cerchio” del Sant’Anna, sette senatori grillini scrivono al ministro

il cerchio litico del Sant'Anna

Sette senatori del Movimento Cinque Stelle riaprono la questione del “Grande cerchio” dell’ospedale Sant’Anna, scoperta archeologica di 13 anni fa che non ritengono valorizzata a sufficienza. E lo fanno con una interrogazione al ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini, pubblicata ieri sul sito di Palazzo Madama. Prima firmataria Margherita Corrado, archeologa e membro della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali). Altri firmatari sono il senatore monzese Daniele Pesco, la senatrice Danila De Lucia (pure membro della commissione cultura del Senato cosi come la senatrice pentastellata Luisa Angrisani, poi ci sono i senatori Marco Croatti, Fabrizio Trentacoste (archeologo e guida turistica) ed Elio Lannutti giornalista. Cosa chiedono? Dapprima la ricostruzione dei fatti. “Risulta agli interroganti che nel 2007, in località Ravona-Tre Camini, nel comune di Montano Lucino (Como), poco distante dalla confluenza del torrente Val Grande nel fiume Seveso, sia venuta inaspettatamente alla luce, durante i lavori di deviazione dell’alveo prodromici alla costruzione del nuovo ospedale “Sant’Anna” di Como, ricadente invece nel comune di San Fermo della Battaglia, un’imponente struttura a pianta circolare (diametro di 69 metri), poi oggetto di uno scavo archeologico quasi esaustivo da parte dell’allora Soprintendenza archeologica della Lombardia”. “Al centro del “grande cerchio” – prosegue il testo dei senatori grillini – una piattaforma circolare anch’essa (diametro di 27 metri), rivestita di ciottoli nella metà nord, mentre quella sud consiste in un semplice battuto, “orientata alle sorgenti astronomiche equatoriali e azimutali” e dalla quale si dipartono a raggiera setti radiali in terra battuta di diverso colore sovrapposti alle tracce di un’aratura rituale, circonda una buca nella quale, verosimilmente, era alloggiato il palo che doveva fungere da collimatore. Una seconda buca di palo cilindrica, analoga alla suddetta, si trova all’interno del “corridoio” pavimentato largo circa 1,5 metri delimitato dai due corsi di pietre che disegnano la circonferenza dello stesso “grande cerchio”; quest’ultimo, in effetti, è stato subito interpretato come una sorta di osservatorio astronomico o di calendario, poiché la struttura è la stessa dei recinti tombali della cultura di Golasecca, e 13 tombe ad incinerazione della prima età del ferro (inizi VI-inizi V sec. a.C.) sono state effettivamente rinvenute e scavate, nella zona, insieme ad 8 di età romana, ma ha dimensioni dieci volte maggiori”. Si entra poi nel merito della questione: la valorizzazione archeologica e scientifica anche a fini turistici. “Anche le stele litiche dell’età del rame posizionate qualche centinaio di metri più a nord, però, disegnano un allineamento astronomicamente significativo, suggerendo la possibilità che la frequentazione del sito, verosimilmente mirata all’osservazione permanente della levata e del tramonto degli astri più luminosi (e ispirata, forse, da ragioni cultuali), debba essere retrodatata. In zona, del resto, in agro di Montano Lucino, è attestata anche l’esistenza di un villaggio neolitico; nel 2017, poi, il professor Adriano Gaspani, astronomo dell’osservatorio di Brera, che già aveva approfondito lo studio del primo, grazie a particolari algoritmi appositamente messi a punto per l’interpretazione digitale, è riuscito a “pulire” alcune fotografie aeree e immagini satellitari datate a partire dal 1958 che attesterebbero la presenza di un secondo cerchio (ancora interrato) a soli 150 metri di distanza da quello noto, in direzione sud-ovest, con diametro di circa 60 metri e un cerchio minore interno di circa 30, nonché quattro manufatti allineati”. I senatori poi rimarcano che “nonostante le aspettative suscitate dalla scoperta, obiettivamente eccezionale, dopo lo scavo stratigrafico che, come riferito, ha consentito di trovare elementi datanti la frequentazione del “grande cerchio” alla fase II A della cultura di Golasecca, non sono state assunte iniziative atte a garantire fruizione e promozione del sito creando quel parco archeologico inizialmente auspicato e promesso da molti. Anche dopo la costruzione della vicina palazzina direzionale del Sant’Anna, è stata infatti lasciata a vista unicamente la sommità del doppio filare di grandi pietre, emergenti dalla superficie circostante sistemata a prato”. Inoltre “ai tre progetti di valorizzazione, che sarebbero stati elaborati con fondi pubblici dalla Soprintendenza e da Infrastrutture lombarde SpA (società partecipata interamente dalla Regione oggi incorporata in ARIA SpA), con previsione di copertura totale o parziale del manufatto in funzione della sua conservazione ottimale ma anche di una pubblica fruizione che consenta di leggere e comprendere le caratteristiche strutturali dell’opera, non è stata data alcuna evidenza. Solo in occasione di conferenze ed altri eventi partecipati i rappresentanti della Soprintendenza vi hanno fatto riferimento”. Si richiama poi un documento di Palazzo Madama presentato dalla senatrice leghista di Erba Erica Rivolta, ossia ” la proposta di legge recante “Istituzione di un fondo per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del sito archeologico celtico, denominato ‘Grande cerchio'”, presentata nel 2009 dall’on. Erica Rivolta, declinata in 4 articoli e comprensiva della candidatura nella lista del patrimonio dell’UNESCO” che “è rimasta lettera morta”. L’interrogazione poi rimarca che “in attesa di una sistemazione che abbia le caratteristiche suddette, nel sito manca qualsiasi pannello esplicativo o altro strumento di divulgazione delle informazioni circa la natura e la destinazione del “grande cerchio” (astronomica o rituale), rimasto muto, perciò, agli occhi dei curiosi, che facilmente potrebbero essere indotti in inganno e interpretarlo alla stregua di un mero arredo da giardino”.

A questo punto, le domande al ministro Franceschini: “Se alla luce della mancata indagine indiretta (geognostica) del presunto secondo cerchio, e dell’assai parziale musealizzazione del primo, nonostante siano trascorsi 13 anni dalla scoperta, non ritenga opportuno disporre un accertamento su tutto il percorso compiuto, sia in ordine alle responsabilità dell’ufficio territoriale di tutela sia a quelle della Regione, committente dell’opera pubblica, e degli altri enti locali, essendo la valorizzazione del patrimonio culturale materia concorrente; se, pur essendo il Lario il principale catalizzatore turistico del territorio e dunque un motore di sviluppo imprescindibile, non ritenga sensata e non voglia sostenere, nei limiti delle sue prerogative, l’aspirazione della comunità locale, conscia dell’unicità e dunque dell’attrattività del “grande cerchio”, a vederlo musealizzato nel modo scientificamente più corretto ma anche più adatto a soddisfare le aspettative dei visitatori”.

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