Grandi mostre, ecco il “modello Lugano”

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Il Lac con un totem della mostra di Pablo Picasso (foto Antonio Nassa) Il Lac con un totem della mostra di Pablo Picasso (foto Antonio Nassa)

Mentre Como fatica a immaginare a medio termine un futuro per Villa Olmo, un tempo sede di grandi mostre, Lugano totalizza migliaia di ingressi con l’evento dedicato a Picasso con 120 opere. Fino al 17 giugno il Museo d’arte della Svizzera italiana al Lac di piazza Luini celebra il grande maestro spagnolo con Picasso. Uno sguardo differente, realizzata in collaborazione con il Musée national Picasso di Parigi e a cura di Carmen Giménez, una delle massime esperte dell’artista.
Quale è il segreto del successo di Lugano? Lo chiediamo al neodirettore del Lac, Tobia Bezzola, classe 1961 e di origini ticinesi: «La mostra di Picasso è il modello con cui operiamo: una rassegna particolare, che illumina un aspetto inedito di un grande artista. Concentrata sulla relazione tra disegno e scultura, è una mostra di studio, una mostra “dossier” come si usa dire, che presenta nel dettaglio il metodo di lavoro di un maestro con alcune opere mai presentate».
Questo significa un modello preciso? Ricordiamo che oltre a Villa Olmo Como ha anche un sistema di quattro musei civici che deve incentivare.
«Prima di tutto qualità – dice Bezzola – E poi nomi di richiamo. I grandi spazi del nuovo Lac ci stimolano a continuare a proporre grandi mostre con grandi nomi, nei prossimi anni, Ogni anno o ogni due anni, si vedrà. Ma anche a non trascurare il lavoro proprio di un museo che è quello di fare ricerca valorizzando le collezioni. Questo è il nostro modo di lavorare. Il Lac non è un centro espositivo da affittare a terzi ma è un museo che lavora in proprio e che deve quindi trovare una certa coerenza nel suo percorso. Siamo nati come Museo d’arte della Svizzera Italiana e quindi vogliamo mantenere questo ruolo. Più in generale, sono contento di trovare a Lugano un atteggiamento molto positivo nella politica culturale. Io arrivo dalla Germania, dove ho diretto il Folkwang Museum di Essen: là la situazione era molto più difficile. Qui ci conforta la volontà di portare avanti la città tramite la cultura».

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