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Guerra dei giardinieri. Barricate dalla Svizzera contro gli italiani

Frontalieri e salari

(f.bar.) Svizzera sempre più blindata per i lavoratori frontalieri? Sembrerebbe di sì dopo la nuova stoccata in arrivo da oltreconfine. Questa volta tocca ai giardinieri italiani finire nel mirino.«La categoria – ha detto nei giorni scorsi il presidente della sezione Ticino di Jardin Suisse, Mauro Poli – deve fronteggiare l’attacco dei giardinieri provenienti dall’Italia, in costante aumento ma anche di coloro che, anche da noi, si improvvisano professionisti del verde senza esserlo».E i numeri aiutano a inquadrare

il fenomeno. Negli ultimi dieci mesi, secondo il presidente Poli, sarebbe aumentato del 30% il numero di giardinieri italiani al lavoro in Svizzera. Notevoli le differenze di salario.«Un giardiniere in Italia riceve un salario tra i mille e i 2mila euro. In Ticino si arriva, inizialmente, fino a 4mila franchi al mese in base al contratto collettivo di lavoro cantonale», ha detto Poli. Un divario che naturalmente spinge a superare, se possibile, la dogana. E l’associazione di categoria ticinese – proprio per arginare questa invasione – ha stabilito di introdurre l’obbligo di una cauzione per poter lavorare oltreconfine. Una garanzia bancaria di 20mila franchi da utilizzare anche come fondo in caso di mancato pagamento di oneri sociali o di multe da parte di una ditta.Il tentativo è di contenere la concorrenza o quantomeno controllare quanti considerano allettante un salario di 4mila franchi. Ma anche di impedire che personale non qualificato lavori in Svizzera.E così questo “ostacolo” dovrà servire anche a preservare l’immagine di una categoria. Va detto come la misura della cauzione non sia ancora in vigore. Il tentativo è di renderla operativa entro il 2014. «Non mi sembra una norma contro gli italiani. Ma solo una sorta di assicurazione», dice Alberto Bergna, segretario di Cna Como.La parola passa agli imprenditori. «Vista la crescente richiesta da parte degli italiani di lavorare in Svizzera, penso semplicemente che si stia cercando di controllare il fenomeno. Di per sé non ci vedo nulla di male. Se la ditta è seria non rappresenterà un grande ostacolo, questa cauzione. Noi già da tempo lavoriamo in Ticino – dice Carlo Bruni della Bruni Impianti – Se alla fine questa novità dovesse rivelarsi più gravosa che altro, si potrebbe valutare l’idea di aprire una filiale in Svizzera».

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