I buoni propositi senza applicazione

opinioni e commenti di mario guidotti

di Mario Guidotti

Nell’anno appena iniziato compirà 5 anni l’ultima riforma della Sanità lombarda. Agli addetti ai lavori è nota come legge regionale numero 23 dell’11 agosto 2015, ma anche i cittadini ricorderanno che è stata promulgata per andare oltre lo sviluppo del Sistema Sociosanitario in Lombardia. Gli obiettivi, molto nobili, erano soprattutto tre:

a) passare dalla “cura” al “prendersi cura”, assicurando una maggiore integrazione sul territorio con tutti gli attori che costituiscono il sistema e per seguire il paziente durante l’intero percorso assistenziale;

b) implementare un nuovo sistema organizzativo, che separasse le funzioni principali del sistema: la programmazione (in carico a Regione ed Agenzie di Tutela della Salute, ex-ASL), l’erogazione delle prestazioni (assegnate alle Aziende Socio Sanitarie Territoriali ed i privati accreditati), e il controllo (dato a un’Agenzia specifica della Regione);

c) ottenere una maggiore appropriatezza nelle cure finalizzata all’integrazione con il territorio. Al di là delle enunciazioni anche un po’ retoriche e roboanti, tipo “dal curare al prendersi cura” o “il malato al centro”, dal sapore un po’ di marketing misto paternalismo, il principio ispiratore era lodevole e sintetizzabile in una parola, che sapeva quasi di imperativo: “de-ospedalizzare”.

E questo lo capiscono tutti: gli ospedali, che hanno ridotto progressivamente ma drasticamente i propri posti letto negli ultimi 10-20 anni, scoppiano, ma non di salute. Scoppiano, oltre che di debiti, soprattutto di malati, tra i quali, in una popolazione sempre più anziana, cresce esponenzialmente la richiesta di cure, sempre più centralizzate nei nosocomi. Oggi come oggi un cittadino dove trova (gratuitamente ed h24) le risposte a un bisogno di salute più o meno improvviso? Al Pronto Soccorso, che così facendo va sotto pressione e, come piace scrivere sui titoli dei quotidiani, spesso va “al collasso”. Perché (quasi) tutte le persone finiscono lì.

Le ATS (ex-ASL) sono state svuotate di tante funzioni, portate su ASST, che sono poi gli ospedali, ancora più gravati, quindi con un processo esattamente inverso alla de-ospedalizzazione auspicata. Il territorio? Mah! Chi si cura (e chi offre cure) più a casa? I Pronto Soccorso in questi giorni traboccano di ultra-novantenni con polmoniti. Magari sarà giusto operare un passaggio qui per eseguire lastre ed esami del sangue, ma dopo, assistenza, antibiotico e ossigeno forse gli stessi malati vorrebbero riceverli nella propria casa e famiglia.

Non ci sono più parenti che assistono al domicilio? Allora curiamoli in ambienti a più bassa intensità di cura, senza paralizzare gli ospedali per acuti, come la legge 23/2015 aveva previsto. Ormai sono 5 anni, prima di un vero bilancio è il caso di verificare la reale messa in essere di una legge che come tante in Italia sono gravide di enunciazioni e buoni propositi, mentre nessuno o pochi ne verificano in seguito le applicazioni.

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