I “Diari” di Terzani che incantano Como

altUn viaggiatore contemporaneo. La moglie Angela Staude ripercorre le tappe del grande giornalista, dai reportage di guerra alla ricerca del senso della vita
Questo è un diario e dunque abbandonati, svela qualsiasi nascondiglio della tua anima. Di che hai paura? Non temesti la morte, sfidasti qualcuno. Quel che ti è rimasto, in te ancora sepolto, aprilo alla luce, stendilo nella scrittura. Questo è essere uomo».

L’esortazione viene da Mario Tobino che, ne “Gli ultimi giorni di Magliano”, lascia fluire emozioni e riflessioni all’indomani della chiusura dei manicomi. Un altro grande narratore che non ebbe mai paura a mettere per iscritto quel che sentiva fu Tiziano Terzani. Un “viaggiatore”, come volle che fosse semplicemente scritto sulla sua lapide, “dentro e fuori” come amava sottolineare. I suoi “Diari” postumi sono l’ultimo lascito scritto. A raccoglierne il testimone, l’amatissima moglie e compagna di viaggi e avventure, Angela Staude (nella foto Fkd) – a sua volta autrice de Diari cinesi e Diari giapponesi – che il 14 novembre, alla libreria Ubik di Como, di fronte a una foltissima platea, ha ripercorso alcune tappe della loro intensa vita comune.
«La scrittura ha sempre contrassegnato la vita di Tiziano – ha ricordato – anche quando non era ancora giornalista professionista, taccuino e penna non mancavano mai per appuntare luoghi ed emozioni; la stesura metodica di un diario era un suo obiettivo, non sempre riusciva a essere costante, ma dal momento in cui fu espulso dalla Cina, nel febbraio 1984, Tiziano non smise mai di scrivere un resoconto personale dei suoi giorni».
Sono pagine quelle dei “Diari”, diverse, per stile e contenuti, dai reportage giornalistici, che, seppure sempre intrisi di sue riflessioni e considerazioni, mancano del lato più intimo e profondo del grande giornalista. Nei “Diari” emergono anche le paure, le insicurezze, i lati oscuri; le battaglie dolorose contro la depressione, quel “cane nero” che ciclicamente si ripresentava. E ancora, le perplessità sull’utilità della professione, sulla serietà del mondo giornalistico, la delusione nel vedere i suoi ideali di uguaglianza sociale venire spazzati via da conflitti continui. «Quando nel 1972 partimmo per l’Asia il mondo era pieno di belle speranze – racconta Angela Terzani – nuove costituzioni promettevano democrazia, pace, uguaglianza e diritti umani per tutti. Nello stesso spirito era cominciata la decolonizzazione di Asia e Africa. Il cosiddetto Terzo Mondo stava emergendo come una promettente forza politica e Tiziano, che come tanti studenti della sua generazione aveva marciato e militato per i diritti dell’uomo, che come uomo della Olivetti in Sudafrica aveva visto con i propri occhi cosa vuol dire “apartheid”, volle mettersi al servizio dei nuovi ideali anche da giornalista».
Dopo aver firmato un contratto con Der Spiegel (nessun giornale italiano gli offrì un contratto e «scrivere in una lingua non sua fu per Tiziano sempre un rammarico» rivela Angela Staude) segue la guerra in Vietnam, ed è uno tra i pochi giornalisti a raccontare la fine del conflitto che vide gli Usa piegarsi a un piccolo paese contadino. Nei 25 anni che seguirono Terzani aprì uffici per Der Spiegel a Hong Kong, Pechino, Tokyo, Bangkok e infine a Delhi. E gradualmente anche l’Espresso, La Repubblica, Il Giorno, e infine Il Corriere della Sera gli offrirono delle collaborazioni.
Furono i suoi anni più felici. Scoprì paesi pieni di fascino e ancora incontaminati: il Laos e la Cambogia, le Filippine, ma vide anche le battaglie, i morti, le insidie della guerra civile.
«A volte Tiziano spariva per settimane senza potersi mettere in contatto con me – ed io, certa che ogni uomo ha il proprio destino, mi fidavo del suo. Infatti, è sempre tornato. Nessuna pallottola lo ha scalfito mai, né lo ha stroncato una dissenteria o una malattia tropicale. Il suo destino, ora lo sappiamo, era un altro». Così Angela Staude in “Le parole altre”. Il destino di Terzani era quel cancro di cui si ammalò a soli 58 anni. Uno spartiacque nella sua vita. Abbandonata la professione giornalistica, dopo il prepensionamento da Der Spiegel, Tiziano Terzani intraprende un nuovo viaggio. Questa volta dentro se stesso, nella malattia, un percorso di preparazione alla morte. Sono anni in cui la scrittura si fa più intima e profonda: nei “Diari” si trovano gli appunti per Un altro giro di giostra, libro che è un appassionato ragionare sul “male e bene del nostro tempo”.
Già nel 1993, prendendo a pretesto la vecchia profezia di un indovino di Hong Kong che gli aveva consigliato di non prendere mai un aereo in quell’anno, Terzani ebbe modo di liberare la sua scrittura dai vincoli del “pezzo” giornalistico. Viaggiò in lungo e in largo attraverso il continente asiatico spostandosi solo con treni, navi, motociclette, a volte su di un elefante, immergendosi, nella vita quotidiana del grande continente. Un indovino mi disse, il libro che scrisse nel corso di quei viaggi, fu molto amato dal pubblico e per la prima volta permise a Terzani di scrivere per se stesso e non di corsa in vista di una uscita giornalistica. Prima di morire, a nemmeno 66 anni, Tiziano si ritirò nell’Himalaya per poi morire nei suoi monti dell’Orsigna, vicino a Firenze, la città in cui era nato e a cui aveva sempre profondamente sentito di appartenere.

Katia Trinca Colonel

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