I due Peppuccio, ciclista e postino e un gesto indimenticabile

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Passavo dalle parti di Porta Torre, a testa all’insù, curioso di Garibaldi. È corrucciato don Peppino nostro, anzi arrabbiato. Ne ha buon motivo. Un tempo il suo sguardo era rivolto verso San Fermo, il colle della sua gloria. Finché un giorno un assessore ignaro della storia lo fece spostare dall’altra parte della piazza girandolo verso Brunate con suo grande disappunto e dispiacere. Mi aspetto che un giorno don Peppino a suon di spada pretenda di ritornare al suo posto con San Fermo bene in

vista.
Un signore di buona età, capelli lunghi color cenere, barba bianca fluente, ha richiamato la mia attenzione. Sì, sembra proprio lui, Peppuccio. Un tuffo al cuore… la mente a tant’anni fa in quel di Ponte Chiasso. La guerra alle spalle, correva il millenovecentocinquanta, l’Anno Santo, aleggiava la speranza.
La mia casa era la prima appena usciti dalla dogana. Peppuccio abitava sopra di me. In un abbaino. In un unico locale viveva con mamma, papà, due fratellini più piccoli, una sorellina. La ricordo bene Irene, così si chiamava, gli occhi scuri, i capelli nerissimi, lo sguardo triste di bambina troppo “piccola” per partecipare ai giochi di noi “grandi” e troppo “grande” per giocare ancora, secondo la mamma. Aveva scritto negli occhi, Irene, il suo destino. Una malattia improvvisa, l’ho saputo molti anni dopo, l’ha strappata alla vita troppo presto. Non sono rimasto sorpreso, il destino di Irene era scritto in quegli occhi tristi di bambina nata adulta.
Io andavo a scuola, facevo la quarta elementare. Peppuccio, più grande di me di qualche anno, invece lavorava. Aiutava il signor Mapelli, l’Arturo, che gestiva il parcheggio e i bagni pubblici nella piazza di Ponte Chiasso, accanto alla dogana.
Ricordo l’insegna, quel “WC” che traducevo mentalmente in uno sgradito, per me “bartaliano” ad oltranza, “Viva Coppi”…
Automobili ne circolavano pochissime, allora. Dal signor Arturo si posteggiavano le biciclette. I “frontalieri”, ovvero gli abitanti dei paesi confinanti con Chiasso, arrivavano a Ponte Chiasso in bicicletta, la affidavano al signor Mapelli o a Peppuccio e attraversavano la dogana a piedi. Non potevano entrare in bicicletta perché in Svizzera anche le bici dovevano avere una targhetta e questa, ovviamente, costava.
Personaggio d’altri tempi il signor Arturo! Una persona “magnifica”, tale lo definiva Peppuccio ogni volta che ne parlava: “Pensa che in quella piazza a turno si davano spesso convegno presso di lui, provenienti da ogni parte, vagabondi e giramondo, oggi li chiameremmo “barboni”, richiamati dalla sua fama di persona generosa che aiutava tutti in qualche modo”.
Anche Peppuccio aveva una bicicletta, una bicicletta da corsa con il cambio e il manubrio all’ingiù. Correva sul serio, era uno degli allievi più bravi, ricordo una sua partecipazione al “Giro della Provincia”, che allora comprendeva anche Lecco con tutti i suoi attuali comuni.
Il mio pensiero corre però a un altro Peppuccio, il Peppuccio “postino” che andava in giro a consegnare telegrammi e raccomandate. Un mattino di quella estate, finita la scuola, io ciondolavo tra un gioco e l’altro e Peppuccio mi chiese di accompagnarlo nel suo giro per distribuire la posta. Una grande borsa a tracolla, Peppuccio leggeva l’indirizzo della corrispondenza, suonava il campanello e in cambio di una firma su un libretto consegnava la posta.
Qualche volta, insieme alla firma, Peppuccio riceveva anche una mancia, solitamente dieci o venti lire. Quel giorno fu particolarmente fortunato per le mance. Un signore anziano, in cambio di un telegramma, forse atteso, gli diede cinquanta lire; una signora, per una raccomandata, gli mollò addirittura cento lire, oltre che un caloroso abbraccio che coinvolse anche me…
Una mattinata piena di belle sorprese, ma la più bella venne al termine. Tornati nella piazza, Peppuccio prese dal borsone le mance della giornata, contò seicentoquaranta lire, ne prese trecentoventi, me le diede con un sorriso, dicendo: “È la ricompensa per avermi aiutato a distribuire la posta”. Non ho mai dimenticato quel gesto.
Ed ora eccolo Peppuccio, è lui, ne sono sicuro. Azzardo un “Ciao Peppuccio”, come se ci fossimo salutati appena ieri. “Ciao Renzo” e un sorriso la sua risposta. I capelli bianchi, la barba candida, lo sguardo buono di allora: “Di quel periodo ho pochi ricordi perché ho cercato di rimuoverli. Dell’abbaino, in particolare, ho ricordi belli e brutti allo stesso tempo: vivevamo in promiscuità, più o meno come gli immigrati di adesso, ma eravamo ancora giovani, tutti uniti e l’ignoto futuro ci sorrideva”.
Gli ho ricordato l’episodio della mancia. Lui si è aperto in un sorriso per nascondere la commozione. Poi mi ha raccontato un fatto che riguardava mio padre. “Ricordi l’abbaino sopra la tua casa dove io abitavo con la mia famiglia? Era di tuo padre. Noi eravamo disperati, non riuscivamo a trovare un buco dove stare, papà e mamma non avevano un lavoro, i miei fratellini erano piccoli, venivamo da lontano e a malapena riuscivamo a farci capire, eravamo poverissimi. Ebbene, tuo papà ci disse che di quell’abbaino lui poteva anche farne a meno e, se lo volevamo, era a nostra disposizione. Non volle mai nulla in cambio. Io, quel gesto, non l’ho mai dimenticato”.
Non ho resistito alla tentazione di abbracciare quell’incredibile amico. Tanti anni dopo, Peppuccio mi aveva fatto un secondo regalo. Ancora più bello e prezioso di quelle trecentoventi lire di mancia. Ho alzato la sguardo verso don Peppino. Non più imbronciato, piuttosto commosso… Che abbia sentito questa bella storia, vera davvero?

Nella foto:
Due immagini del giovane “Peppuccio”, aiutante nel parcheggio di biciclette lasciate al confine dai frontalieri e corridore tra i più promettenti nella categoria “Allievi”

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