I frontalieri sono una “benedizione” perché costano quasi il 10% in meno

passaggio doganale per i frontalieri

I dati sui salari oltreconfine. «C’è un problema di dumping»

L’altro giorno Valentin Vogt, il presidente dell’Usi (Unione svizzera degli imprenditori), la Confindustria elvetica, che raggruppa 100mila piccole, medie e grandi imprese con circa 2 milioni di lavoratori in tutti i settori economici, ha definito i frontalieri «una benedizione» per la Svizzera e per il Canton Ticino.
Un sonoro schiaffo alla Lega dei Ticinesi, all’Udc e alla Destra, che da anni fomentano una politica antifrontaliere con tanto di manifesti, spot e di referendum “Prima i nostri”.

Il discorso degli imprenditori svizzeri e dei frontalieri “benedetti” pare però un po’ meno poetico se si analizzano altri dati, ovvero quelli diffusi ieri nel 15° rapporto della Segreteria di Stato dell’economia (Seco) sulle ripercussioni dell’accordo sulla libera circolazione delle persone. Gli italiani che vivono sul confine e lavorano in Svizzera costano infatti molto meno rispetto agli indigeni. Quanto? Il 9,2% in meno nel 2018. Che moltiplicato per gli oltre 63mila stipendi mensili di altrettanti frontalieri italiani sono un bel po’ di franchi.

Lo studio precisa però che non si tratta soltanto di una questione di provenienza del lavoratore: «Per i frontalieri, la metà dello scarto salariale del 9,2 % rispetto ai residenti permanenti può essere spiegata anche da caratteristiche legate alla persona, alla funzione ricoperta o all’azienda stessa».

Molti dei frontalieri in Svizzera è noto come esercitino professioni già a retribuzione inferiore, come quelle dell’operaio o del muratore nell’edilizia.
E l’altra metà? Riguardo i salari dei frontalieri, la discrepanza a livello di retribuzione viene definita «inspiegabile» dalla stessa Seco ed è salita dal -3,3% del 2002 al -4,5% del 2016.

In Canton Ticino la forbice è ancora maggiore, si parla del -8% già nel 2016. Dovuto «alla situazione particolare» del cantone italofono, si legge nel rapporto. Ovvero al fatto che in Italia le retribuzioni siano molto più basse.
Sul “Corriere del Ticino”, Daniel Lampart, capo economista dell’Uss, Unione Sindacale Svizzera, non gira attorno al problema. «Il rapporto della Seco mostra anche che in Svizzera esiste un problema di dumping e che in questo contesto le misure d’accompagnamento sono essenziali. È spaventoso – dice – quanto meno guadagnano i frontalieri rispetto agli indigeni. Ma bisogna anche tenere a mente che prima dell’accordo di libera circolazione la situazione era ancora peggio. Non che questo voglia dire che la situazione odierna sia buona, ma vuol dire che in Ticino è fondamentale controllare le condizioni salariali in maniera ancora più coerente per combattere il dumping».

Ma torniamo al rapporto. Nei giorni in cui la disoccupazione italiana è scesa al 9,9% ovvero ai livelli di fine anni Settanta, il mercato del lavoro svizzero si conferma ultrasolido. Nel 2018 vi è stato un saldo migratorio in Svizzera di 31.200 persone dall’Unione Europea e da altri Paesi del Vecchio Continente stabile rispetto al 2017. Cresce l’impiego e cala la disoccupazione. «Inoltre, il potenziale di manodopera nazionale viene sfruttato meglio. L’immigrazione si adegua alle esigenze dell’economia e contribuisce a rallentare l’invecchiamento della popolazione» si legge sempre nel rapporto.

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