I giovani comaschi sempre più “schiavi” della droga tornano liberi se sanno affrontare la fatica del vivere

Risponde
Agostino Clerici

Nel Comasco è allarme droga, soprattutto tra i giovanissimi. Ubriacarsi, farsi le canne o tirare di coca sono modi con cui purtroppo molti giovani pensano di dimostrare la propria libertà. È, invece, l’esatto contrario.
Essere liberi vuole dire vivere, amare, divertirsi senza che nessuna sostanza condizioni il nostro modo di essere o di sentire. Forse i ragazzi non dovrebbero avere paura del giudizio degli altri, non dovrebbero essere condizionati dallo specchio, dalla bilancia e da tutto ciò che impedisce di essere se stessi.
Forse è necessario coinvolgere la loro affettività, emozionandoli, per provocare in loro una reazione. Mi rendo conto che in tempi di crisi è difficile, ma è quanto mai necessario.

La libertà non si dimostra, la si vive.
E liberi si diventa proprio accettando la fatica del vivere. Purtroppo i messaggi che condizionano i giovani – ma non solo loro – sono altri, e sono improntati a faciloneria, istintività, individualismo. La droga o l’alcol sono percepite come scorciatoie per raggiungere uno stato di ebbrezza che si vorrebbe definitivo. Ebbene, la vita è il regno del provvisorio e la felicità – da non confondersi con stati di incoscienza vari – va ricercata e trovata facendo i conti con la libertà propria di creature non onnipotenti, quali noi siamo.
È vero: “essere liberi vuole dire vivere, amare”. Anche “divertirsi” certo, ma bisognerebbe intendersi sul significato di questa parola e sul contenuto che essa veicola nel mondo d’oggi. L’errore più grave – soprattutto nella proposta educativa – consiste nel far credere che la libertà sia assenza di condizionamenti, in una corsa forsennata alla briglia sciolta, ad un preteso “stato brado” che, per l’uomo, invece, significa solo abbruttimento e perdizione. La libertà – per un essere personale che deve vivere con gli altri – è necessariamente segnata da molteplici condizioni: non si è liberi quando si raggiunge un ipotetico stadio in cui non vi sono più condizionamenti; ma si è liberi accettando di confrontarsi con le condizioni in cui la vita è concretamente posta. Ogni morale, anche quella cosiddetta laica, non può dimenticare questo dato di fatto, pena il vendere – o lo svendere – illusioni destinate a trasformarsi presto in delusioni e a condurre, quindi, verso esiti di progressivo annichilimento dei soggetti più fragili.
Il “divertimento” è esercizio di libertà solo se riconosce un punto di ancoraggio per la vita. Era il senso contenuto, ad esempio, nell’antico rito del carnevale, che rappresentava una rottura salutare di un ordine comunque riconosciuto. Paradossalmente ci vuole un saldo sistema di valori per divertirsi, altrimenti il divertimento – come dice l’etimologia stessa della parola – non ha quel qualcosa di fermo da cui “divertere”. Si ha la sensazione che oggi il divertimento autentico sia diventato impossibile, proprio perché confuso con una continua frenesia, uno stordimento che trova facilmente nella droga, nell’alcol e – aggiungo io – nella violenza sbocchi quasi naturali.
Quindi, l’unica via di cura da queste piaghe che possa avere speranza di successo è quella che lavora preventivamente per la costruzione di personalità ricche di principi e di valori. Il nostro lettore individua quale strategia il coinvolgimento della sfera affettiva ed emozionale dei giovani. Vero, a patto di non ridurla ad una questione di vago emozionalismo e di istintività. Io credo che la dimensione dell’amore e degli affetti sia davvero importante, così come lo è lo sviluppo di una percezione estetica della realtà, ma tutto deve avvenire entro un quadro relazionale e razionale, che comporta necessariamente responsabilità e sacrificio. Parole, purtroppo, finite in solaio nel baule delle cose vecchie.

Fabrizio M.

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