I giovani nel romanzo di Chiara Stoppa

Il libro di Chiara Stoppa

«Scrivo da quando ero bambina, spinta da un’ipersensibilità che mi ha sempre fatto percepire le emozioni in maniera amplificata, e dalla mia indole creativa, costantemente persa nel suo mondo immaginario. Ecco perché ho avvertito fin da subito il bisogno di esprimere tutto questo fermento interiore. Ben presto ho capito che il modo che più mi si addiceva era la scrittura. Silenziosa, schiva, ma allo stesso tempo potente e liberatoria. Scrivere mi dona sollievo, proiettandomi in una dimensione alternativa in cui io ho il potere di far accadere ciò che voglio, cosa impossibile nella realtà, che non possiamo controllare».
Così Chiara Stoppa presenta il suo libro d’esordio “Hate me” (La Ruota Edizioni Roma), una storia di adolescenza inquieta.
«Ho affrontato i temi a cui tengo di più, come l’adolescenza, la musica, l’omosessualità, la famiglia, l’anticonformismo, l’amicizia, il bullismo, l’amore e la sua assenza. Ho usato uno stile di scrittura molto colloquiale e spontaneo, per coinvolgere il lettore a 360 gradi».
Come vive un adolescente oggi? Quali le speranze, i sogni, le ambizioni, le difficoltà?
«Sono cambiate molte cose da quando ero adolescente io, nonostante si tratti di soli 10 anni fa. In pochissimo tempo, e con una velocità incredibile, i cambiamenti sono stati radicali e profondi. I social e gli smartphone erano cose all’epoca ancora sul nascere, e non avevano il ruolo centrale che rivestono oggi nella quotidianità dei ragazzi. Credo che essere un adolescente nel 2020 non sia proprio una passeggiata. Tra il periodo storico difficile (crisi economica, didattica online imposta dal Covid 19) e la crescente esposizione ai pericoli del web (che spesso propone modelli negativi che privilegiano l’apparenza e non la sostanza), oggi i teenager sono alle prese con sfide spesso più grandi di loro e sottoposti a continue pressioni. Nel profondo, però, le loro speranze e sogni rimangono sempre gli stessi: il bisogno di capire chi sono e chi vogliono diventare, di essere accettati e apprezzati dagli altri, di fare esperienze nuove ed eccitanti, ma soprattutto di essere ascoltati. Insomma hanno secondo me bisogno di un orecchio che li ascolti».
Non teme che il distanziamento sociale sia una dura prova per questi giovani?
«Nel mio libro ho toccato proprio il tema della incomunicabilità generazionale, e leggendolo emerge in effetti una certa sfiducia verso il mondo degli adulti. Molti di loro sono incapaci di mettersi nei panni dei tre giovani protagonisti, che si sentono incompresi, oppure, al contrario, oppressi da genitori e professori. Credo però che in fondo ci siamo passati un po’ tutti quando avevamo sedici anni… il bruciante desiderio di crescere in fretta, e un idealismo estremo che porta a vedere tutto bianco o tutto nero… nell’adolescenza il grigio è bandito».
Quali sono i modelli letterari dei teenager di oggi?
«I ragazzi, fatta qualche rara eccezione, leggono poco. C’è un bisogno disperato di riscoprire i libri e il loro valore, di identificarsi in personaggi e storie che parlano proprio di loro. I libri offrono risposte, spunti di riflessione, stimoli creativi, oltre che conforto e compagnia. Personalmente, i libri sono sempre stati il mio rifugio sicuro dal mondo, quando questo diventava troppo disturbante. Insieme alla musica sono per me ancora oggi fonte di ispirazione e di arricchimento interiore. E qui non c’è epoca che tenga: la passione per la lettura, la musica o l’arte possono sempre aiutare i ragazzi a costruire sé stessi, mattoncino dopo mattoncino, in questo indimenticabile, intensissimo momento di crescita che in fondo è l’adolescenza».

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