I legali dei familiari: «Non possiamo fare nulla»

alt La decisione della Corte d’Appello di Milano
I parenti non sono nemmeno stati informati dell’uscita dal carcere del 37enne

(a.cam.) Il documento della Corte d’Appello di Milano che autorizza gli arresti domiciliari per Emanuel Capellato non prevede alcuna limitazione esplicita sull’utilizzo di Facebook. Al 37enne di Como, condannato in primo e secondo grado all’ergastolo per l’omicidio di Antonio Di Giacomo, non è stato vietato l’accesso al social network.
Dalla sua abitazione, dunque, ormai da alcuni mesi l’uomo utilizza regolarmente Facebook per tenere i contatti con gli amici, scambiare messaggi e fotografie, condividere commenti

e considerazioni. E lo fa in modo perfettamente lecito, senza violare alcuna regola. La pagina iniziale del suo profilo è facilmente accessibile a chiunque, semplicemente con una banale ricerca online.
Una situazione che, inevitabilmente, ha indignato i familiari dell’imprenditore lecchese ucciso nell’ottobre del 2009.
«Non voglio entrare nel merito della concessione degli arresti domiciliari, ci saranno state sicuramente delle ragioni alla base della decisione – dice Roberto Vitali, legale che tutela gli interessi dei fratelli di Antonio Di Giacomo – Purtroppo, come spesso accade, poi si eccede. Ho ricevuto una telefonata dei familiari, indignati per la situazione».
La cosiddetta parte civile, ovvero i familiari della vittima, la moglie, i figli e i fratelli di Antonio Di Giacomo, ufficialmente non è stata neppure informata della notizia dell’uscita dal carcere di Emanuel Capellato.
«La procedura non prevede che le parti civili siano informate – dice Francesco Romualdi, legale della moglie dell’imprenditore ucciso – Abbiamo saputo in modo assolutamente informale e non da canali ufficiali degli arresti domiciliari concessi a Capellato. Abbiamo chiesto i motivi e sappiamo che il provvedimento dovrebbe essere stato adottato per ragioni di salute, ma in realtà non abbiamo avuto risposte precise per una questione di tutela della privacy».
I legali hanno, sostanzialmente, le mani legate. «Purtroppo, non possiamo fare altro che prendere atto della decisione – conferma l’avvocato Romualdi – È inevitabile che la moglie della vittima sia sconcertata e arrabbiata, ma non abbiamo alcun modo di opporci a questa situazione. In questo momento siamo semplicemente in attesa del terzo grado di giudizio. Per il resto non abbiamo altri margini di movimento».

Nella foto:
La pagina iniziale del profilo su Facebook di Emanuel Capellato. Dalla sua abitazione l’uomo utilizza regolarmente il social network per tenere i contatti con gli amici e scambiare messaggi e fotografie

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.