I matrimoni ridotti al lumicino indicano la mancanza di prospettiva

I dati sui matrimoni a Como confermano l’idea di una città che ha poca voglia di investire sul futuro. È il classico caso in cui i numeri parlano: nel 2010 abbiamo toccato il minimo storico di nozze celebrate in chiesa (appena 144), a cui si affianca un dato di poco superiore (il famoso “sorpasso”), ma pur sempre esiguo (149), di vincoli coniugali contratti davanti a un ufficiale di stato civile.
I divorzi, in calo, sono stati invece 150, cifra che – comunque sia – in termini assoluti supera i “sì” dell’uno e dell’altro tipo, se presi separatamente.
Anche senza indagare nello specifico le diverse e molteplici cause che hanno prodotto questi effetti, è inevitabile dedurre che tra i giovani (e non soltanto tra loro) c’è una crescente difficoltà ad assumere impegni. E quella che un investitore finanziario definirebbe scarsa propensione al rischio, diventa inevitabilmente una proiezione sul futuro. Una situazione che ha tutta l’aria di essere l’altra faccia della mancanza di sogno e di prospettiva, indicata da tanti osservatori come caratteristica carenza dell’Italia contemporanea.
Un altro genere di dati, anch’essi freschi dei giorni scorsi e relativi all’intero Paese, informa che una donna su due non lavora e lo stesso accade a un giovane su cinque. Condizioni che non aiutano a gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Ci ritroviamo così con una nazione che, al contrario di quanto le accadeva in periodi passati – valga qui il riferimento ai primi decenni del secondo dopoguerra -non osa, non spera, non sente vibrare una spinta propulsiva. Proprio quella che determina i risultati migliori di un popolo e gli assicura buone performance.

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