I muri segnano la vita, non soltanto un perimetro

Parole come pietre
di Marco Guggiari

I muri non parlano e, contrariamente al timore un tempo diffuso, non hanno orecchi. Ma oggi, a Erba, in via Diaz, nella casa che fu teatro della strage, sembrano dire che è un nuovo giorno. La famiglia Castagna ha voluto che l’appartamento dove vissero Raffaella e il piccolo Youssef, due delle vittime, e dove andava e veniva la nonna Paola, anch’ella uccisa dalla furia assassina, passasse dalle tenebre alla luce.
Quattro anni dopo quel fatto, che ha sterminato quattro persone e ha segnato
per sempre una cittadina e una provincia, i muri sono freschi e lindi, pronti ad accogliere, proteggere, rinfrancare famiglie povere e in difficoltà. L’idea che da un male, anche estremo e insuperabile, possa venire un bene, è speciale. I muri domestici non formano soltanto un perimetro. Segnano la vita quotidiana; contengono gesti e parole che scandiscono il tempo comune: il cibo, il riposo, il lavoro domestico, lo studio, il gioco, gli affetti.
Donare un alloggio della “casa del ghiaccio” alla Caritas perché possa ospitare gente semplice significa sciogliere il freddo del nome e dei cuori e indicare una strada, la via in salita della costruzione – i muri sono anche questo – opposta alla scorciatoia della distruzione.
Nel suo bel libro “Il pane di ieri”, il fondatore e priore della comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, scrive: «Non dimentico mai l’immagine che uno aveva entrando in casa mia: nella stanza, la cui porta dava sulla strada, mia madre deponeva sul tavolo ogni mattina una grissia del “pane di ieri”, un fiasco, un orciolo di olio e una saliera, tutto ricoperto da un tovagliolo da lei ricamato con la scritta: “L’olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione”». Lo spirito è lo stesso.

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