I PRIVATI CITTADINI SI IMPICCHINO PURE

di MARCO GUGGIARI

Brienno: lo Stato patrigno
È istruttiva la storia di Brienno, il paese colpito dalle frane del 7 luglio. Ieri è arrivata la schiarita, con i 500mila euro della Provincia, che si aggiungono al milione stanziato dalla Regione. Si interverrà su acquedotto, ponte, piazza, fogne. E il Pirellone garantisce di finanziare quanto occorre per mettere in sicurezza la montagna. In tutto, cinque milioni.
Bene, direte voi. E anche a noi sembra una cosa buona. Con due “però”, che è inevitabile sottolineare anche nel giorno delle certezze, perché non c’è proprio motivo di essere entusiasti. La prima obiezione riguarda i privati.

Che sembra sempre si debbano guardare con diffidenza. Quasi si trattasse di gente un po’ strana, che vive separata da un contesto, il “pubblico”, che è per definizione sacro, virtuoso e meritevole di attenzione. Sicchè, loro, quelli che “pubblico” non sono, si impicchino pure.
Peccato che i cosiddetti privati siano in realtà, sommati l’uno all’altro, il paese, la comunità, proprio il “pubblico”, in definitiva. Ragione per cui questa distinzione tra “pubblico” e “privato” è fittizia e artificiosa, almeno davanti alle impreviste bizze della natura. Non per lo Stato, però, e neppure per gli altri enti che, a cascata, rappresentano le sue articolazioni locali. Prova ne sia che i cittadini di Brienno rimasti senza casa non avranno un centesimo. La scusa è bell’e pronta. Il disastro del 7 luglio non rientrava nei parametri in presenza dei quali viene dichiarato lo stato di calamità naturale. Niente morti, nessun altro paese ferito. No money, niente denaro. Un bel modo di intendere il rapporto con la cittadinanza, che è uno degli elementi costitutivi dello Stato.
Ai briennesi non resta che sperare nell’aiuto del comitato spontaneo protagonista di una straordinaria colletta alimentata – guarda un po’ – da altri privati. La morale della favola è semplice e amara. Lo Stato si ricorda di noi quando deve ramazzare risorse, imponendo tasse e balzelli d’ogni tipo. Quando invece dovrebbe mostrare un volto meno arcigno e più paterno, preferisce guardare da un’altra parte.
Non è tutto. Le risorse garantite alla Brienno pubblica arrivano comunque un bel po’ in ritardo. Cento giorni dopo l’evento calamitoso. Certo, in Italia, siamo abituati a tempi biblici per ben altre tragedie. Da Messina al Belice, le baracche “provvisorie” dei più devastanti terremoti del Novecento sono diventate proverbialmente definitive…
E però, cento giorni, per dare certezze su situazioni limitate e ben identificabili, su cifre – per uno Stato – abbordabili, sono troppi. Anche dal punto di vista psicologico. Implicano una stressante sospensione nel tempo delle risposte attese per risolvere i propri problemi. Obbligano un sindaco, com’è accaduto a Brienno, a barcamenarsi tra rischi personali e rispetto della sua gente.
Rimandano allo Stato patrigno di cui sopra.

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