I profughi dalla Libia a Como: «C’è il rischio di un nuovo Iraq»

La morte di Gheddafi – Alcuni giovani fuggiti dalla guerra civile esplosa nel Paese nordafricano pochi mesi fa sono adesso ospiti della parrocchia di Rebbio
La preoccupazione del nigeriano Johnson: «Non sarà affatto facile disarmare miliziani e soldati»
La morte di Muammar Gheddafi non rappresenta la fine di un conflitto e l’inizio del ritorno a una vita normale. Al contrario il peggio deve ancora arrivare. E l’incubo ha un nome preciso: Iraq.
È l’opinione unanime di alcuni tra i profughi ospiti della parrocchia di San Martino, a Rebbio. Sono 3 nigeriani (Stephen, Johnson e Konio), un sudanese (Abdu) e un pakistano (Rauf). Prima dello scoppio della guerra civile, che li ha costretti a cercare rifugio altrove, lavoravano nel Paese nordafricano

. Tutti concordano nel ritenere come la guerra a Gheddafi sia destinata a trasformarsi in una guerra tra le tribù. Le previsioni di pace che da molte parti si sono levate in questi giorni sarebbero destinate, quindi, a dimostrarsi quanto mai fallaci.
«Quale pace? La vera guerra comincia adesso», esordisce Konio, a Rebbio con la moglie e la figlia di 13 mesi. «Era Gheddafi a tenere insieme il Paese, a controllare le tribù, le loro rivalità», dice Rauf, l’unico a non provenire dall’Africa. Morto il raìs, dunque, ogni ipotesi è possibile, non ci sono certezze.
«Il problema è la grande ipocrisia dei libici: sono abituati a cambiare in continuazione opinione e alleati. Con loro non si può mai essere sicuri», è il giudizio tagliente di Konio, peraltro condiviso anche dagli altri quattro.
«I libici non sono abituati a lavorare: la loro economia si basava sul lavoro di gente come noi, immigrati da Nigeria, Sudan, Pakistan e altri Paesi. Erano abituati a ricevere i soldi dal governo, senza bisogno di fare nulla. Adesso che noi ce ne siamo andati, chi farà tutti i lavori?», aggiunge Stephen.
«Live and enjoy», ovvero «goditela», dice Johnson commentando le parole dell’amico e compatriota: così, secondo loro, erano abituati a fare i 6 milioni di libici. «La Libia è un Paese in cui non c’è mai stata democrazia. Tutti i gruppi, tutte le famiglie, cercheranno di aggiudicarsi la fetta più grande della torta, anche ricorrendo alla forza» è invece l’idea di Abdu, sudanese, il più giovane – 20 anni – tra i cinque. «Non sarà facile disarmare miliziani e soldati – aggiunge il nigeriano – e con tutte le armi che circolano nel Paese e tra la gente è facile aspettarsi scontri tra le diverse tribù per la divisione del potere».
Con tutte queste armi in circolazione ci dobbiamo, quindi, aspettare anni di guerra civile? A disegnare lo scenario peggiore è ancora Abdu.
«Potrebbe finire come in Iraq, con scontri tra le tribù e attentati suicidi. O con un massacro come in Ruanda», è la sua previsione che non lascia molto spazio all’ottimismo.
Per l’Italia, soprattutto: avere una replica del Paese mediorientale, con una Libia dilaniata da anni di conflitto sanguinoso e trasformata in un covo di gruppi terroristici, appena fuori dall’uscio di casa non è ipotesi da prendere alla leggera.

Franco Cavalleri

Nella foto:
I profughi sfuggiti alla guerra civile esplosa in Libia e ospitati dalla parrocchia di San Martino, a Rebbio (foto Fkd)

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