I protocolli svizzeri: «Curare in terapia intensiva soltanto chi può salvarsi»

Svizzera, bandiera svizzera

Che cosa fare se i reparti di terapia intensiva sono saturi e bisogna scegliere chi salvare? È la domanda, terribile, che molti medici si sono dovuti porre – loro malgrado – nei giorni più tragici della pandemia di Covid-19.
Ed è la domanda che, di nuovo, potrebbe proporsi agli specialisti se l’ondata epidemica diventasse insostenibile.
Ha fatto molto rumore un articolo della Stampa che dava conto delle direttive «etiche» impartite agli ospedali d’oltreconfine dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva. Direttive che risalgono al 20 marzo scorso e che, in realtà, non sarebbero mai state applicate. Ma direttive comunque difficili da accettare, laddove parlano ad esempio di «razionamento».
È giusto stabilire prima chi curare e chi no se non ci sono più letti a disposizione? Ed è giusto staccare la spina a chi è destinato a non farcela per attaccarla, invece, a chi ha qualche speranza?
«Fintanto che le risorse disponibili sono sufficienti, i pazienti che necessitano di un trattamento di medicina intensiva vengono ricoverati e curati secondo criteri convenzionali – si legge nel documento – ma se a causa di un totale sovraccarico del reparto specializzato si rende necessario respingere pazienti che necessitano di un trattamento di terapia intensiva, il criterio determinante a livello di triage è la prognosi a breve termine: vengono accettati in via prioritaria i pazienti che, se trattati in terapia intensiva, hanno buone probabilità di recupero, ma la cui prognosi sarebbe sfavorevole se non ricevessero il trattamento in questione; in altri termini, la precedenza viene data ai pazienti che possono trarre il massimo beneficio dal ricovero in terapia intensiva». Che i pazienti da “sacrificare” siano gli anziani non è detto. E tuttavia, su questo delicato passaggio il documento non lascia molto spazio alle interpretazioni.
«L’età – scrivono i quattro estensori del testo Daniel Scheidegger, Thierry Fumeaux, Samia Hurst e Michelle Salathé) – in sé e per sé non è un criterio decisionale applicabile, in quanto attribuisce agli anziani un valore inferiore rispetto ai giovani e vìola in tal modo il principio costituzionale del divieto di discriminazione. Essa, tuttavia, viene considerata indirettamente nell’ambito del criterio principale “prognosi a breve termine”, in quanto gli anziani presentano più frequentemente situazioni di comorbidità. Nelle persone affette da Covid-19, peraltro, l’età rappresenta un fattore di rischio a livello di mortalità, occorre quindi tenerne conto».

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