“I rapinatori avevano le chiavi del blindato”

Foto FKD 08/04/2013  Turate autostrada   rapina portavalori rilievi dalla polizia scientifica(m.pv.) «Macché flessibile. È stata solo una simulazione. Il portellone del furgone blindato è stato aperto con le vostre chiavi». A parlare è il pubblico ministero Antonio Nalesso e di fronte a lui ci sono le guardie giurate che l’8 aprile 2013 scortarono da Paderno Dugnano a Como – con destinazione finale la Svizzera – un carico da 15 milioni di euro formato da lingotti d’oro e contanti.
Dieci milioni finirono nelle mani dei rapinatori che misero a ferro e fuoco l’autostrada A9. Non sono mancati colpi di scena nella prima udienza del processo per la “rapina del secolo” nei pressi dell’uscita di Turate. Le guardie giurate non sono indagate, ma sono state sentite come testimoni dell’accaduto di una rapina che tuttavia ha ancora molto punti oscuri. Compreso, appunto, come facessero i malviventi ad avere le chiavi del portellone che trasportava l’oro.
L’imputato è uno solo, Giuseppe Dinardi, 51enne originario di Bari e residente a Cologno Monzese. Per la Procura di Como, sarebbe stato la mente del commando lombardo-pugliese che avrebbe agito quel giorno. Una ventina di persone almeno, poi fuggite senza lasciare tracce. Un altro presunto complice, Antonio Agresti, 43 anni pugliese, ha già rimediato 20 anni con rito abbreviato.
Come li hanno scoperti
L’udienza di ieri è stata caratterizzata dalla deposizione dell’ispettore Fernando Capobianco della mobile di Como che lavorò al caso e che ha confermato come il primo tassello per sbrogliare l’ingarbugliata matassa sia stata una ricarica telefonica trovata in un magazzino di Origgio. Lo stesso magazzino da dove erano stati visti uscire i mezzi (camion e auto) usati per la rapina. Quel numero di cellulare, intestato a una persona inesistente, ha però permesso di allargare il monitoraggio ai numeri che erano stati attivati in contemporanea lo stesso istante. «Si chiamano “telefoni citofono” e sono usati solo per preparare il colpo – ha detto l’ispettore –  Sono stati spenti in contemporanea nei momenti della rapina e poi sono scomparsi». Sono però serviti a tracciare una mappa delle zone frequentate dai telefoni, tutte riconducibili alla ditta dell’imputato. Lo stesso imputato che risultò essere presente sui luoghi della rapina tre giorni prima, «nelle prove generali del colpo». Lo stesso imputato il cui telefono cellulare agganciò celle compatibili con le ore e i giorni di almeno quattro furti di mezzi poi usati per il colpo.
Il testimone
A tutto questo si è aggiunto il tassello fondamentale, ovvero l’arresto di una persona che sapeva molto del colpo (in quanto escluso, pare, all’ultimo momento dopo una lite proprio con Dinardi) e che raccontò altrettanto agli inquirenti. Personaggio ritenuto attendibile: «Sapeva anche che a bordo di un camion c’era un verricello con un cavo d’acciaio. Poteva esserne a conoscenza solo lui».
Il giallo da chiarire
Insomma, attorno alla rapina del secolo molto è stato ricostruito, almeno all’apparenza. Eppure, come scrivevamo in avvio, altrettante cose sono ancora oscure. Compreso come facessero i malviventi ad avere le chiavi del blindato. Spiegazione che le guardia giurate, tra qualche tentennamento e qualche contraddizione, non hanno saputo dare. Chiavi, quelle del caveau del blindato, che erano «a disposizione di tutti» – hanno detto gli agenti in aula – «tenute in un sacchetto di plastica» che veniva lasciato sul furgone anche «quando veniva portato in officina per le riparazioni». Insomma, «un po’ tutti potevano prenderle». Rapinatori compresi, purtroppo.

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