I ricordi di Tino Conti: «Il mio bronzo nel Mondiale a Ostuni? Una delusione, dovevo vincere»

Costantino Tino Conti

«La mia carriera da ciclista? Parliamone, ci mancherebbe. Ho anche preparato un libro con i miei ricordi. Ma ci sarebbe da scrivere anche sul dopo, quando appendi la bicicletta al chiodo e gli amici, o presunti tali, spariscono». Costantino “Tino” Conti, classe 1945 è così, diretto, uno che non manda a dire le cose. I risultati parlano per lui: spiccano il terzo posto al Mondiale di Ostuni 1976 e al Giro di Lombardia 1974, il quarto al Giro d’Italia 1974 e alla Milano-Sanremo 1975. Nel suo palmarès vittorie in numerosi circuiti dell’epoca e poi al Giro delle Marche, alla Tre Valli Varesine e in altre corse nel nostro Paese. Di quel periodo conserva una solida amicizia con il grande Eddy Merckx («ogni tanto ci sentiamo al telefono» spiega).
Nato e residente a Nibionno, in provincia di Lecco, specifica subito: «È vero, hanno fatto la nuova provincia, ma mi sun cumasch e stop».
Quindi non stona definirlo uno tra i comaschi più importanti nella storia del ciclismo. Ma lui non vuole partire, come sarebbe legittimo, con le sue soddisfazioni.
«Iniziamo con le delusioni della mia carriera – dice – Sono tre. Nel 1967 al Tour de l’Avenir in Francia avevo tutto per vincere e quali corridori mi diedero battaglia? Gli italiani. Terminai secondo dietro un francese».
«Olimpiadi del 1968 in Messico – racconta ancora – Ero in forma, da medaglia, ma fui costretto al ritiro per una foratura».
Bronzo ai Mondiali di Ostuni nel 1976 si è detto, ma per Conti non è un ricordo bello. «Ancora oggi ci sono appassionati che dicono che quel giorno avrei meritato l’oro». Ma la tattica dell’Italia fu quella di sostenere Francesco Moser «che in volata perse con Freddy Maertens».
Tino Conti era un passista-scalatore. Tra le sue giornate di gloria, il terzo posto nella mitica tappa alle Tre Cime di Lavaredo al Giro del 1974, quella in cui un giovane Gianbattista Baronchelli vinse, con Eddy Merckx in forte difficoltà. Proprio il “Cannibale” era stato capitano di Conti all’esordio del lariano tra i Professionisti, nella stagione 1969, nella squadra della Faema.
Quell’anno “Tino” vinse il Giro delle Marche e al Giro d’Italia si piazzò secondo nella tappa Napoli-Potenza, vinta da Michele Dancelli.
«Merckx? Mi voleva bene – ricorda l’ex corridore – Mi ricordo che in una gara a tappe in Spagna non stava molto bene, aveva 38,5 di febbre e voleva aiutarmi a vincere. Mi faceva da gregario e io, dico la verità, un po’ mi vergognavo. A un certo punto è partito… e ha vinto con un minuto e mezzo di vantaggio. Io di lui non posso parlare che bene. È vero, voleva sempre vincere, anche nei traguardi volanti in cui c’erano in palio premi risibili. Ma poi dava tutto ai compagni di squadra». Poi le stagioni alla Scic (1970 e 1971), alla Ferretti (1972) alla Zonca (1973) con una serie di buoni piazzamenti e qualche vittoria.
Alla vigilia del 1974 Conti iniziava a pensare al dopo carriera e aprì una agenzia assicurativa a Erba. «Mi sembrava una soluzione ideale – spiega – stavo pensando di concentrarmi su quella attività quando fui convocato dai titolari della Zonca. “Nel 1974 punteremo su di lei, sarà il nostro capitano” mi dissero, garantendomi anche un ottimo stipendio più bonus con i risultati che sarebbero arrivati». E così il comasco, incoraggiato anche dalla moglie Maria Carla, tornò a concentrarsi sullo sport del pedale: fu l’anno del quarto posto al Giro d’Italia, del terzo al “Lombardia” e della vittoria alla Tre Valli Varesine. Il tutto nobilitato dalla convocazione ai Mondiali di Montreal.
Anche il 1975 non fu male, con l’ottavo posto alla “Corsa rosa” e il quarto alla “Sanremo”, fino ad arrivare al 1976, quello del Mondiale di Ostuni, di cui si è già detto, in un anno che per Conti era stato caratterizzato da un problema ad un ginocchio.
Poi il declino e la decisione di fermarsi nel 1978.
«Cosa posso dire di me come ciclista? Per correre a certi livelli servono gamba, testa e classe. Io avevo un bel motore, ma ero carente con la testa: se dovevo mandare a quel paese qualcuno lo facevo. Parafrasando una nota pubblicità… Va bene avere la potenza, ma serve anche il controllo. E io per il mio carattere ho sicuramente pagato».
Il dopo carriera non è stato semplice. «Quando corri sono tutti amici, tutti parenti, praticamente: poi quando le luci si spengono la gente che ti stava vicino e ti sorrideva… d’incanto sparisce. E a volte chi si avvicina se ne vuole soltanto approfittare».
Una riflessione amara al pari della considerazione di Conti per il ciclismo di oggi: «Io non capisco questa esasperata ricerca del fenomeno, questo scaraventare ragazzi giovani tra i Professionisti. La crescita deve essere progressiva. La gavetta, le stagioni da gregario servono. Anche gente con Marco Pantani e Miguel Indurain all’inizio doveva supportare il proprio capitano, anche se si sapeva che sarebbero diventati corridori fortissimi».
«Vogliono tutti il campione e bruciano i giovani, che invece devono ancora formare il fisico e fare esperienza – conclude Conti – E poi mi spiace che la carriera di molti ragazzi che non diventano “Pro” si chiuda quando hanno 23-24 anni. Ma perché non ridisegnare le categorie, consentendo loro di correre in prove open con gli Under 23? La vicinanza di atleti più esperti sarebbe formativa per le promesse del futuro».

Nella foto sopra, Tino Conti davanti alla collezione di maglie rosa al Museo del Ghisallo

Costantino Conti, a destra, sul terzo gradino del podio ai Mondiali di Ostuni del 1976

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