Cronaca

I rumorosi capitomboli degli eterni regnanti

Serve un bagno d’umiltà e un ritorno al rigore
È emblematica del tempo in cui viviamo l’incredibile vicenda che, fino ad ora, vede esclusi dalle elezioni regionali il candidato presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, e le liste a questi collegate: Pdl e Lega.
Se si esclude il dolo, vale a dire la deliberata volontà suicida di truccare le carte, occorre come minimo ammettere che siamo in presenza di negligenza e imperizia. Gli unici adempimenti formali dettati dalla legge a chi svolge attività politica riguardano il voto. Nessun partito, mai, in Italia ha bucato questo appuntamento. Un piccolo esercito di esperti nelle pratiche burocratiche richieste si è sempre mosso con grande rapidità e sicurezza nei meandri dei palazzi amministrativi e di giustizia per conseguire l’obiettivo entro la data fissata. Chi non ce l’ha fatta, storicamente, apparteneva a sconosciute formazioni minori, sostanzialmente debuttanti allo sbaraglio.
Perché adesso sono invece incorsi in errori così clamorosi funzionari di partiti che hanno alle spalle storia e competenza? E questo, si badi bene, sulle due più importanti e visibili piazze d’Italia: Roma e Milano. La risposta a tale quesito, in attesa che tra poche ore sia pronunciato il verdetto sul ricorso presentato dal centrodestra, dà l’idea di un clima. Ed è su questo clima che vorremmo brevemente soffermarci prima che, come si augurano i più, la competizione di fine marzo sia ricondotta a normalità, vale a dire alle caratteristiche di una gara vera, con tanto di protagonisti, inclusi quelli che rappresentano la parte largamente maggioritaria in Lombardia e nel Comasco (almeno fino alle ultime elezioni), sanando gli errori formali commessi a vantaggio della democrazia sostanziale.
Dire questo, però, significa già spingersi oltre il limite consentito, ne siamo consapevoli. Perché il rispetto delle regole è il principio da cui occorre partire. Se poi si riesce a non togliere di mezzo il popolo sovrano in nome del formalismo, ben venga. Ma di eccezione, pur doverosa in nome di un valore prevalente, si tratta. Dev’essere chiaro.
E allora veniamo al clima che, a nostro avviso, è la premessa agli sciagurati accadimenti di cui si tratta. È come se qualcuno, nel centrodestra, fosse troppo sicuro di tutto. Di vincere, di regnare, di fare il bello e il cattivo tempo in ogni situazione. Un ritorno al dubbio, a scapito delle facili certezze e al rigore, a detrimento della faciloneria, gioverebbe a tutti e, probabilmente, ridurrebbe il rischio di inaspettati capitomboli. Perché, quando tutto sembra troppo facile, è quasi automatico sbagliare.

Marco Guggiari

3 marzo 2010

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