I sofferenti menefreghisti della mascherina

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di Mario Guidotti

Anno del Covid 2020, settimo mese dai primi casi riconosciuti e dalla strage iniziale, inizio avanzato della cosiddetta seconda ondata, descriviamo scene da un ambulatorio quotidiano.

“Dottore in quanti possiamo entrare? (oltre al cosiddetto malato, naturalmente)”. “Uno solo, e se serve strettamente, cioè se il paziente non è autonomo e fa fatica a spiegarsi e capire”. Segue “uffa” da parte dei parenti.

Il medico fa accomodare con distanziamento per iniziare la raccolta anamnestica e i due prontamente si avvicinano alla scrivania appoggiandovi mani-braccia-gomiti e due-tre chili di esami contenuti in sacchetti di plastica dall’aspetto igienico discutibile. Il professionista fa presente che la distanza delle sedie dal tavolo era programmata proprio per mantenere uno spazio anti-contagio. Segue un “che palle”.

Inizia il colloquio ed entrambi gli interlocutori del medico tengono la mascherina in maniera scorretta: uno solo sulla bocca con naso scoperto, l’altro sotto il mento. “Vi spiace indossare correttamente la mascherina?” chiede il seguace di Esculapio. Seguono: “non mi fa respirare” e “non mi sta su”. A questo punto la pazienza dell’operatore sanitario nella migliore delle ipotesi comincia a vacillare.

Sì, perché potete dirci di tutto, ma proprio tutto, ma non che le mascherine non fanno respirare o che non stanno su. Infatti a noi chissà perché ma stanno su benissimo, pur lasciando segni sul viso segandoci anche i padiglioni auricolari e pure dopo otto ore di turno con doppia protezione ffp2-ffp3-chirurgica-scafandri-caschi-visiere nessuno tra gli operatori ospedalieri ha mai smesso di respirare. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, hanno smesso di respirare (per sempre) quelli che di mascherine non erano forniti nelle prima settimane di epidemia. Insomma, non vogliamo farla tanto lunga, ma perché questa continua sottovalutazione del rischio? E badate bene, non parliamo di ragazzi senza protezioni né distanziamenti all’apericena (scusate, è un neologismo insopportabile ma si dice così) o alla movida (anche questo da censurare, non fraintendiamo), ma di anziani accompagnati da figli adulti in contesti anche di fragilità anagrafica e sanitaria.

Siamo stati bravi durante il lockdown? Addirittura additati ad esempio nel mondo? Ma era un obbligo, con multe salate per chi sgarrava. Adesso che serve coscienza e responsabilità, eccoci alla sottovalutazione, al menefreghismo, al marameo. E così ci sono mille esempi quotidiani. Ma che cosa deve succedere perché la gente indossi (correttamente) una mascherina pesante come una piuma? E che razza di sofferenza sarà? Mai come in questa fase il futuro è nelle nostre mani. Non ne siamo capaci? Allora, cari componenti del comitato tecnico scientifico, potreste mettere fin d’ora un’asticella numerica di contagiati-malati-intubati-deceduti oltre la quale scattano nuove regole limitative e relative sanzioni, e soprattutto qualcuno potrebbe farle rispettare?

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