I soldi che mancano e il credito chiuso. Così vince la mafia

Il caso Perego
La storia di Ivano Perego e del suo rapporto con le ’ndrine lombarde è il paradigma della capacità della mafia di infiltrarsi nell’economia pulita del Nord.
Quando l’Operazione Infinito mette a nudo le collusioni tra l’imprenditore lariano e le cosche la sorpresa è generale. Nel giugno 2012, interrogato in dibattimento dal pm Alessandra Dolci, Perego racconta la sua storia. Simile a molte altre.
«Tra il 2006 e il 2007 avevamo molto lavoro, ma problemi di credito con le banche. Avevamo
fatto un aumento di capitale. Abbiamo cambiato un sacco di consulenti ma ci serviva un direttore fisso e capace. Ce lo chiedevano anche le banche, lo chiedevano». Spunta così il nome di Andrea Pavone, 46 anni, origini baresi e residenza a Milano, che diventa amministratore di fatto della Perego General Contractor. Pavone è l’uomo di Salvatore Strangio, condannato dal gip di Milano Roberto Arnaldi a 12 anni in primo grado.
«Mi ha chiamato lui, il mio numero lo avevano tutti. Subito ci ha ispirato molta fiducia, arrivava alle 7 e se ne andava alle 20, non era mai successo. Ci ha convinti con un progetto che ci è sembrato buono. Dall’esterno ci dicevano che finalmente avevamo trovato la persona giusta, e anche le banche si sono mostrate favorevoli».
Nell’estate del 2008, racconta ancora Perego al magistrato, «ci ha detto che serviva un socio per sistemare le finanze dell’azienda. Noi eravamo perplessi, ma parlò di potenziali soggetti esteri importanti». Nell’impresa entrano i rappresentanti di una fiduciaria di Londra, «con cui venne firmato un accordo per il versamento di cinque milioni di euro». Ma questi soldi non arrivarono mai.

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