Cronaca

I vertici di Confindustria sul Lario per sfuggire alla morsa della crisi. Verga: «Primi segnali positivi»

altAl Castello di Casiglio i rappresentanti lombardi ed emiliani dell’associazione
Incapacità di valutare durata ed effetti della crisi da parte del sistema creditizio. E incapacità dello Stato di provvedere ai programmi di ricostruzione a lungo termine di fronte a disastri come un terremoto. È la doppia accusa partita dagli eleganti saloni del Castello di Casiglio per voce di Ambra Redaelli

, presidente di Confindustria Lombardia-Piccole Industrie, e di Maurizio Marchesini, presidente di Confindustria Emilia Romagna. L’occasione è stata una tavola rotonda organizzata dal Rotary Club Erba Laghi, a cui hanno partecipato anche Francesco Verga, presidente di Confindustria Como, e il suo omologo lecchese, Giovanni Maggi. Tema della serata, le ricette per uscire dalla crisi e le indicazioni che il mondo dell’industria può e deve dare ai politici in vista delle elezioni.
«I fondi pubblici arriveranno soltanto a partire questo mese», ha detto il leader degli industriali emiliani. Fino a oggi, le imprese – con un sistema che è oggi al 70-80% delle proprie capacità – hanno potuto contare solo sulle proprie risorse, su quelle del sistema privato e su una complessa architettura finanziaria e fiscale messa a punto dal team dello stesso Marchesini. Sistema che, in qualche modo e dopo grandi fatiche per convincere funzionari ministeriali e delle banche, ha permesso alle aziende di poter contare su fondi immediati.
Una vicenda che, secondo Marchesini, dimostra «quanto l’Italia sia pronta a rispondere alle emergenze ma incapace di pensare alla ricostruzione».
Ambra Redaelli ha accusato gli istituti di credito di aver sottovalutato la crisi.
«Dal 2011 non c’è stata risposta, hanno finito per litigare anche nell’ambito del RAID (Rete Aiuto Imprese in Difficoltà), una tavola rotonda tra banche, aziende e amministrazione pubblica. Hanno centralizzato e abbandonato il territorio. Hanno cercato di incassare quanto potevano. Hanno cannibalizzato le aziende».
Pesante, inevitabilmente, il giudizio su quanto sta accadendo nel mondo del credito. «I segnali attuali non danno grandi speranze», ha risposto la Redaelli. La quale poi ha citato cifre terribili: 121 miliardi di sofferenze bancarie a novembre 2012, a fronte di un valore complessivo della Borsa di Milano di 50 miliardi.
Eppure, per ben due volte, le banche italiane hanno preso soldi dalla Banca Centrale Europea per finanziare il sistema produttivo. «Sono andati in parte all’acquisto di titoli di Stato, per salvare il sistema-Paese. Ma non si può negare che qualche banca ci ha preso gusto a sfruttare l’andamento dello spread per portare a casa una liquidità facile», è l’accusa del presidente di Confindustria Lombardia-Piccole Industrie. Che poi aggiunge: «È probabilmente tardi, ma è su questi punti che dobbiamo lavorare».
«L’anno scorso 47 aziende, tra piccole e piccolissime, hanno chiuso perché le banche non aiutano», ha aggiunto il presidente della Confindustria di Lecco, Giovanni Maggi. Per uscire da questa situazione, secondo Maggi si deve mettere «il sistema industriale al centro, liberando risorse per investirle nel settore manifatturiero. Con il 75-80% di tassazione non si va da nessuna parte. L’Irap penalizza chi produce occupazione».
«Abbiamo paura di spendere ed investire. Serve coraggio. Serve lo spirito italiano», ha detto a sua volta il numero uno degli industriali di Como, Francesco Verga. Qualche segnale positivo, nella nostra provincia, si coglie.
«Il sistema industriale di Como ha un surplus di 7 miliardi di euro: per fare un raffronto, l’Italia segna +9,6%. La disoccupazione a Como è tra le più basse, intorno al 6-7%». Il problema è a due facce: da una parte – dice Verga – «abbiamo troppo Stato, visto che ha in mano il 50% del Pil»; dall’altra, «manca da anni un piano industriale». Su questo secondo aspetto, Verga sottolinea l’intervento di Confindustria, con un piano che punta ad una crescita del 3%, contro lo 0,5% nei piani del governo. «Il nostro è un piano che prevede un ritorno, a favore del reddito delle famiglie, di 4mila euro l’anno. Lo 0,5% del governo è poco, significa emarginazione economica».

Franco Cavalleri

Nella foto:
Sala affollata, al Castello di Casiglio, per ascoltare le ricette anticrisi dei vertici di Confindustria. Molte le proposte emerse nella serata (Mv)
27 Gennaio 2013

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