Il bidello Angelo, elegante nella sua divisa d’ordinanza

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Memorie lariane
di Renzo Romano

Baffi e capelli li ho bianchi, bianchissimi. Anno per anno, giorno per giorno, il tempo li ha “candeggiati” con cura, grazia, amore. Attento alle emozioni, al dolore, alle gioie, alle delusioni che hanno segnato il mio vivere, il Cielo ha intinto il suo pennello nella grande tavolozza dei sentimenti per smussarne le asperità, ingentilirne la durezza, trasformarli in ricordi. I colori come i sentimenti; da forti e violenti che erano hanno assunto con il trascorrere degli anni la pallida, eppure

viva, tonalità pastello fino al bianco più candido.
Quel bianco, quello dei miei baffi e dei miei capelli, li contiene tutti i colori della mia vita. I colori più sfacciati nascosti nel bianco sono tuttavia pronti a esplodere a seguito di un incontro, una lettura, un fatto, una persona, un avvenimento.
Eccoli i ricordi! Prepotenti, incontenibili. Mi invadono con il loro carico di emozioni, io mi perdo in essi. Sarà tutto vero davvero quello che “raccontano” i miei ricordi? Non posso giurarlo, veri davvero sono invece i sentimenti e le emozioni allorché ne sono assalito. Lo scopo del mio narrare è quello di rivivere e far rivivere emozioni e sentimenti a coloro che si ritrovano per colpa o merito del tempo in quel mondo passato e trapassato. E magari sollecitare la curiosità dei più giovani che non hanno la più pallida idea del mondo dei loro padri e nonni.
Gli anni Cinquanta sono quelli della mia adolescenza. Mi piace perdermi in quell’atmosfera.
A scuola andavo con i pantaloni alla zuava, i calzettoni colorati, un paio di scarpe buone per tutte le stagioni, magari risuolate fino allo sfinimento, un maglione fatto dalla mamma. Avevo una giacca bellissima, la mettevo solo la domenica o nelle grandi occasioni. Me l’avevano comperata i miei genitori nel negozio del signor Cavallini nella piazza di Ponte Chiasso. L’avevo vista in vetrina, punteggiata come lo schermo della televisione che c’era al bar Campione, con la martingala e le tasche, mi pareva elegantissima.
A scuola ogni banco aveva un calamaio che il bidello ogni mattina riempiva d’inchiostro, le penne avevano il pennino, i gessi colorati, la lavagna nera, ogni tanto la maestra mandava qualcuno dietro in castigo.
Ricordo la volta che la maestra fece venire a scuola la mamma di un compagno per dirle delle marachelle di suo figlio. Rispose la signora, rivolgendosi minacciosa al discolo: “A cà fem i cunt, te ciapet ul rest!”. Traduzione istantanea: “A casa facciamo i conti, prenderai il resto!”. E con quel “rest” non sembrava certamente riferirsi ai rimproveri…
Il bidello, si chiamava Angelo, anzi signor Angelo, era piccolo, baffetti neri, elegante nella sua bella divisa d’ordinanza, autorevole seppur premuroso e gentile.
A lui è legato un tenerissimo ricordo. Primo giorno di scuola, mio padre in servizio, mia mamma impossibilitata ad accompagnarmi perché la mia sorellina era nata da pochi giorni. Nessun dramma, la mamma mi prepara cartella e cestino con la merenda per l’intervallo ed eccomi pronto ad andare da solo.
Davanti alla scuola, in cima alla salita, una folla di mamme e di papà con i loro piccoli per mano. Io sono l’unico solo soletto. Il signor Angelo, il bidello, vedendomi spaesato, impacciato, si avvicina, mi chiede il nome, che classe faccio. Infine mi prende per mano, mi accompagna davanti a un’aula. Mi dice di aspettare, dopo pochi minuti arriva con una signora elegante, mi affida a lei: “Questa signora è la tua maestra.” Lei mi sorride, e così comincia la mia avventura a scuola.
Il bidello Angelo, impossibile dimenticarlo. Un giorno davanti ai portici Plinio ho visto un signore di buona età, “uguale, preciso, identico” al bidello dei miei ricordi. Con molta sfacciataggine mi sono rivolto a lui e… ho scoperto che era proprio il figlio del mio vecchio bidello, quello che avendomi visto solo mi aveva preso per mano e accompagnato davanti alla mia aula.
Quella maestra si chiamava Laffranchi, severa eppure dolce, un giorno tanti anni dopo, per una delle tante imperscrutabili casualità del vivere, ho scoperto in una compagna di liceo la figlia della mia maestra.
La scuola, i ricordi di scuola, sono i più invadenti, prepotenti nella loro voglia di emergere. Suscitano sensazioni che fanno venire i brividi. La pagella, quel cartoncino di un colore indeciso tra il verde e il grigio, i voti scritti a penna con il pennino dorato. Quei numeri scritti con le lettere, “otto, sette, nove, dieci…” . L’umore, il giudizio, il cuore della maestra dietro quei numeri: il tratto pieno, forte a significare un bel “bravo”, il tratto sottile a sottolineare l’incertezza, gli svolazzi e le tonde allargate a manifestare la soddisfazione…
La consegna della pagella: arrivava per l’occasione il direttore, pomposo, severo, per ciascuno un elogio o una reprimenda. Mi commuove il ricordo di mio papà al momento della firma. Leggeva uno ad uno i voti, poi prendeva la penna, la intingeva nel calamaio, la carta assorbente a protezione di qualche goccia malandrina di inchiostro, firmava a tutto tondo. Ero bravino io, modestia a parte, e per questo mio papà, visibilmente soddisfatto, mi dava una mancia straordinaria: cento lire! Sufficienti per dieci asabesi nella latteria della signora Maria, un mottarello, due pacchetti di figurine e l’album dell’Intrepido.

Nella foto:
Il bidello Angelo, primo da sinistra, ritratto con gli alunni di una quarta elementare a Ponte Chiasso nell’anno scolastico 1946-’47 (foto di Giuseppe Panzica)

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