Il carabiniere che visse due volte. Quella raffica di mitra quarant’anni fa
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Il carabiniere che visse due volte. Quella raffica di mitra quarant’anni fa

Storia di Luigi Toma, ferito dai banditi e salvato dai colleghi
«Penso che Gesù Cristo mi abbia regalato quarant’anni di vita. Lei non ha idea di quante volte lo penso». Sorride e dice proprio così, a un certo punto della nostra chiacchierata, Luigi Toma, carabiniere in congedo dopo un lungo servizio nell’Arma in provincia di Como.
La sua storia è straordinaria. Il 25 ottobre 1974, a Fino Mornasco, fu ferito da una raffica di mitra durante l’inseguimento di un’auto che aveva a bordo due banditi. In fin di vita, riuscì ad avvisare la centrale. Due

colleghi che si trovavano in zona lo soccorsero in men che non si dica. Operato, si salvò.
Ne parliamo nella sede dell’Associazione nazionale carabinieri, in via Volta a Como, alla vigilia del 40° anniversario, che cade proprio oggi. Accanto a Toma gli ex colleghi e amici di sempre.
Come andò quella mattina?
«Ero in servizio con un collega della pattuglia radiomobile. A Villa Guardia un cittadino si sbracciò per fermarmi e indicò un’Alfa Romeo blu, a suo dire sospetta, ferma già da tempo vicino a un segnale di “stop”. Mi avvicinai e chiesi patente e libretto. L’auto partì a razzo».
Lei cosa fece?
«Chiamai via radio la centrale e la seguii, tallonandola in moto da dietro, in attesa di rinforzi. Giunta a Fino Mornasco, la vettura entrò in autostrada. In curva sbandò e si mise davanti a un camion fermo. Io piombai lì e involontariamente la affiancai. A quel punto vidi spuntare un mitra, imbracciato dal passeggero. Riuscii a evitare la prima raffica, ma non la seconda».
Toma cadde a terra ferito alla testa, al volto e a una spalla. La sua fortuna fu il casco protettivo da motociclista che rallentò sensibilmente la corsa della pallottola. Questa bucò l’osso frontale, ma non lese parti vitali. Un colpo passò da parte a parte la guancia.
Cosa ricorda del momento in cui restò ferito?
«Strisciai per terra fino alla moto e riuscii a comunicare via radio: “Sto morendo?!”».
E qui si verificò l’altra circostanza favorevole, in aggiunta al provvidenziale scudo del casco. Il drammatico appello giunse ai carabinieri Forcella e Greco che si trovavano in zona. In un battibaleno i due furono all’ingresso dell’autostrada di Fino, precedendo di pochi istanti i colleghi Traglia e Iannazzo dell’Ufficio Informativo, anch’essi non lontani nell’ambito del loro servizio di antiterrorismo: «Non impiegammo più di tre minuti – ricordano i primi – Luigi era a terra crivellato di colpi, con gli occhi pieni di sangue e una scia di due metri, anch’essa di sangue. Pur nelle condizioni in cui si trovava, ebbe un istante di contentezza. Era come se avesse visto la salvezza?».
Cosa faceste?
«Lo adagiammo sul sedile posteriore dell’auto a testa in giù per evitare che soffocasse nel sangue. Poi via, più veloci della luce, verso l’ospedale. Luigi rantolava. Io incitavo Greco – dice Forcella – Corri, che è ancora vivo!».
Lei, Toma, cosa pensava?
«Capivo che stavo morendo e ogni tanto alzavo la testa per scoprire dov’eravamo. “Vedevo” l’ospedale, mia unica speranza».
Al pronto soccorso del Sant’Anna, in via Napoleona, medici e infermieri erano pronti in attesa. «Quando ci fermammo i dischi dei freni dell’auto erano rossi, i ferodi bruciati», racconta Greco.
La vicenda impressionò tutta Italia e al carabiniere ferito giunsero lettere, telegrammi e anche denaro di gente comune.
Come reagì questa prova di affetto?
«Mi colpì e mi procurò grande consolazione. All’ospedale, dopo l’intervento a cui fui sottoposto, mi misero in camera da solo. Mia madre, giunta con mio padre da Palmariggi (paese natale di Toma, in provincia di Lecce, ndr), mi diceva: “C’è la coda sulle scale, dabbasso fino all’ingresso della camera, tanta è la gente che vuole vederti”».
Un anno e mezzo più tardi, il carabiniere tornò in servizio, prima al nucleo informativo e poi alla polizia giudiziaria, distaccata a palazzo di giustizia. Ebbe un encomio solenne dal Comando generale dell’Arma dei carabinieri e in occasione della Festa della Repubblica ricevette la Medaglia d’argento al valor militare, unico vivente tra i sei decorati. Ricevette anche la Medaglia d’oro di “Gentiluomo della strada”.
Luigi Toma oggi ha 64 anni, vive a Cermenate, è sposato e ha una figlia. Da bambino sognava di vestire la divisa dell’Arma. Si arruolò e fece la sua parte fino in fondo. Il caso che lo vide protagonista e vittima è tuttora insoluto. I banditi che lo ferirono rapinarono un’auto, poi furono intercettati in autostrada da un’altra pattuglia. Spararono ancora e ferirono un secondo carabiniere. Abbandonarono la vettura e si fecero largo con le bombe a mano. Fuggirono di nuovo. Alcuni giorni dopo furono arrestati due uomini, poi risultati non responsabili di quel raid.
Il nipote di Luigi Toma, Elio, assieme a Franco Priore ha compilato un opuscolo che ricorda tutto. E a Palmariggi la festa per il sopravvissuto è già stata celebrata. Con sindaco e Pro Loco in piazza.

Marco Guggiari

Nella foto:
Colleghi e amici da sempre
Sopra, da sinistra, Salvatore Piccirillo, Angelo Palumbo, Carmine Forcella, Luigi Toma, Carmine Greco, Leonardo Iannazzo, Severino Traglia. A sinistra, la comunicazione con la quale il ministero della Difesa annuncia la Medaglia d’argento al valor militare e l’encomio solenne del Comando generale dell’Arma
25 ottobre 2014

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