Il caso: Imam esterno ai penitenziari e corsi di formazione

Il carcere del Bassone

Il tema della radicalizzazione e del proselitismo dell’estremismo islamico nelle carceri è prima di tutto un problema noto e serio.
La Francia ne ha già pagato un pesante dazio in termini di attentati, ma l’allerta è alta in tutta Europa da tempo. A facilitare i contatti e la diffusione della jihad tra le celle, è l’alta percentuale di stranieri fra i detenuti.
Il carcere del Bassone, in tal senso, non fa eccezione, come dimostrerebbe quanto accaduto in queste ore.
Eppure, proprio l’espulsione del 47enne tunisino, dimostra anche – nello stesso tempo – l’attenzione massima della polizia penitenziaria e della Digos su quanto avviene tra i corridoi degli istituti di detenzione.
Uno dei problemi spesso sollevati dagli agenti (anche al Bassone di Albate) sarebbe quello della necessità di avere un Imam esterno al carcere. Una persona insomma che si occupi della fede dei detenuti, senza essere a sua volta recluso. Non un passaggio di poco conto. Ad oggi invece sono gli stessi carcerati di religione islamica che tra loro scelgono l’Imam: la guida spirituale degli islamici (colui che conduce la preghiera nella moschea) è dunque spesso un pregiudicato, magari con una buona conoscenza del Corano ma di certo non un soggetto integerrimo come invece sarebbe auspicabile, vista la delicatezza del compito da svolgere in un ambito ancora più critico.
Anche all’interno degli istituti penitenziari, infatti, i detenuti hanno un giorno alla settimana per poter pregare che è il venerdì, ovvero il giorno in cui i musulmani vanno in moschea.
Al Bassone veniva utilizzato un locale adibito a questo scopo, poi però – in seguito ai guai legati alla diffusione della pandemia – tutto è stato spostato in un salone polivalente ben più grande che consente dunque il distanziamento sociale anche nel corso della preghiera.
C’è però un altro fronte che viene tenuto costantemente monitorato nelle carceri: è quello di chi rimane in cella – pur essendo un fervente religioso – e preferisce pregare lì piuttosto che nell’apposito locale. Un comportamento che potrebbe sottintendere la voglia di non dare nell’occhio, di non essere dunque controllato dagli agenti della penitenziaria.
Insomma, il fronte del proselitismo nelle carceri italiane ed europee è assai ampio, motivo per cui gli agenti sono stati sottoposti negli anni a corsi di formazione appositi sul rischio della radicalizzazione, per cercare di intuire da subito i segni di un problema prima che questo possa diventare molto grande. E di conseguenza pericoloso per la comunità.

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