Il Covid attacca anche Kalongo, appello della Fondazione Ambrosoli

Padre Giuseppe Ambrosoli, il “medico della carità”

“In questi giorni l’ospedale di Kalongo che ha registrato i primi casi positivi. Tutte le nove persone contagiate sono state immediatamente ricoverate nell’unità d’isolamento, due di loro sono state poi trasportate al Gulu Regional Referral Hospital, l’ospedale regionale di Gulu, come da protocollo governativo. Si attende l’esito dei tamponi fatti ai loro familiari e a 171 membri dello staff dell’ospedale, per cercare di capire l’entità dell’emergenza in corso”. Lo annuncia la comasca Giovanna Ambrosoli, presidente della Fondazione Ambrosoli e nipote del comasco padre Giuseppe Ambrosoli, “medico della carità” e futuro beato della chiesa cattolica. Dal 1998 al 2018 la Fondazione ha raccolto 2.500.000 euro di erogazioni a supporto dell’ospedale, mantenerlo costa ogni anno circa 1,5 milioni di euro. Di recente l’ospedale fondato da padre Ambrosoli ha dovuto fronteggiare una grave epidemia di malaria. L’ospedale di Kalongo soffre per la sua collocazione, è in mezzo alla savana, non si raggiunge su strade asfaltate, ma è anche l’unico avamposto di salute per un’area che va oltre il distretto, su cui insistono 230mila persone. È l’unico ospedale con sale chirurgiche della zona e vi fa capo mezzo milione di persone. “La situazione in Uganda si sta aggravando – dice Giovanna Ambrosoli – I dati di ieri del Ministero della Salute Ugandese lo confermano: 8.129 casi positivi accertati su 480.037 tamponi eseguiti, mentre a inizio luglio i casi totali erano 935. Il dr. Smart, direttore dell’ospedale di Kalongo, ci ha confidato preoccupato il timore che i casi censiti in ospedale rappresentino solo la punta dell’iceberg e che le persone colpite dal virus siano in realtà molte di più. E’ infatti molto probabile che i numeri non descrivano la reale circolazione del virus nel Paese.
La task force distrettuale, di cui il Dott. Smart fa parte, esorta tutti a rimanere vigili e a seguire le linee guida promosse dal governo per combattere la pandemia. Ciò che si teme ora è che le persone ricoverate per altre patologie possano scappare dall’ospedale per paura di contrarre il virus”. “Perché naturalmente a Kalongo i bambini continuano a nascere e la malaria, l’anemia falciforme, l’HIV e tutte le altre patologie non hanno lasciato l’ospedale per far posto al Covid, anzi ne facilitano l’ingresso o accrescono la difficoltà di diagnosi – dice Giovanna Ambrosoli – Come nel caso dei picchi epidemici di malaria che caratterizzano la stagione delle piogge. Data l’impossibilità di testare tempestivamente tutti coloro che hanno la febbre – primo sintomo della malaria – fare diagnosi accurate diventa difficile, se non impossibile. Di fronte a questa nuova minaccia l’ospedale, di fatto, resta solo a operare, e con pochi mezzi. La nostra preoccupazione è grande, tutti noi abbiamo visto ciò che il virus può fare, e in un contesto di grande fragilità come Kalongo, dove le sfide sanitarie sono all’ordine del giorno e i bisogni molteplici, non possiamo fare a meno di chiederci quale impatto il Covid avrà sull’ospedale e sulla popolazione locale, già così vulnerabile”. Infine un appello ai tanti sostenitori italiani e comaschi della Fondazione Ambrosoli che il 22 novembre festeggerà la beatificazione di padre Ambrosoli nella solennità di Cristo Re dell’Universo: “Se l’ospedale in questo momento è attrezzato per gestire questa prima fase dell’emergenza lo dobbiamo a voi che non ci avete lasciato soli, sostenendoci anche in questi difficili mesi. Grazie alle vostre generose risposte siamo riusciti a consegnare all’ospedale dispositivi sanitari e di sicurezza per la lotta contro il Covid. Cosa possiamo fare ora? Alzare il livello di attenzione, rafforzare il nostro supporto a protezione dello staff e continuare a fare ciò che facciamo da sempre.  Contribuire a sostenere l’ospedale nei suoi bisogni quotidiani, come gli stipendi del personale sanitario, la cui presenza, regolare e continua, è di estrema importanza per la cura di adulti e bambini, specialmente adesso che non può contare sul supporto dei medici volontari italiani né delle studentesse della scuola di ostetricia. Contribuire all’acquisto di farmaci e strumenti necessari per fare diagnosi accurate, prevenzione e per somministrare le terapie indispensabili a salvare il maggior numero di persone”. 

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