Il dialogo tra i due Paesi non si ferma. In libreria anche l’elogio degli svizzeri: «Ecco perché sono più intelligenti di noi»

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Due volumi sul rapporto tra il nostro Paese e la Confederazione

La tensione crescente nei rapporti tra Italia e Svizzera non rallenta il lavoro di associazioni e singoli che si ostinano, nonostante tutto, a credere nella virtù del dialogo.
L’Associazione Carlo Cattaneo di Lugano, che si definisce «Ponte culturale» tra i due Paesi, ha pubblicato nei giorni scorsi il suo 70esimo “Quaderno” intitolato Aspetti dei rapporti tra Svizzera e Italia. Cultura, lingua e civiltà. Una raccolta di saggi in cui spiccano i testi di Mario Botta sulle maggiori opere

realizzate nelle città della Penisola dallo stesso architetto di Mendrisio e del musicologo Carlo Piccardi sull’apporto dei maestri ticinesi alla storia della musica italiana.
L’idea dell’Associazione Carlo Cattaneo, sintetizzata dal presidente Adriano Cavadini nell’introduzione dell’ultimo numero dei “Quaderni”, è di indagare le relazioni tra territori al di là delle configurazioni statali. Le relazioni, cioè, tra popoli con una matrice culturale unica.
Dopo la lingua e la civiltà, oggetto del fascicolo pubblicato in questi giorni, toccherà nei prossimi mesi all’economia e ai commerci, quindi alla politica e ai temi sociali.
Insieme con il “Quaderno” dell’Associazione Cattaneo, è in libreria da qualche giorno anche un altro libro che parla di Svizzera e dello strano rapporto che gli italiani hanno con la Confederazione.
Perché gli svizzeri sono più intelligenti (Barbera editore, pagine 124, euro 12,50) è stato scritto a quattro amni dalla giornalista Rosaria Guerra e da Jacopo Fo, attore e regista, figlio di Franca Rame e del premio Nobel per la Letteratura, Dario Fo. Un libro assolutamente anomalo, a cominciare dal risvolto di copertina in cui l’autore dichiara tutto il suo amore incondizionato per la Svizzera: «Nato nel 1955, avrebbe voluto essere svizzero. Invece è italiano e vive pure in Italia. Una situazione incresciosa. Non è mai neanche riuscito a fare l’amore con una svizzera. Si è consolato scrivendo questo libro che contiene un elogio sperticato del modo di vedere il mondo degli elvetici».
«In realtà – spiega lo stesso Jacopo Fo – ciò che maggiormente mi interessa è l’originalità della esperienza storica svizzera. Da tempo sto facendo una ricerca sui popoli che hanno adottato scelte diverse di fronte alle crisi della storia. La Svizzera si è salvata dalle guerre, è uscita indenne dal medioevo costruendo un solido senso dello Stato e della collettività. Ho voluto capire come tutto questo sia potuto accadere».
Jacopo Fo conosce bene il Ticino essendo vissuto a lungo a Luino, sul Lago Maggiore, e a Cernobbio.
«Ho sempre notato come da parte nostra, di noi italiani, vi fosse un forte pregiudizio contro gli svizzeri. Anche un certo razzismo. Ma in realtà sono convinto che potremmo imparare molto da loro. Nel libro ho quindi voluto mettere in discussione gli stereotipi sulla Confederazione e sugli svizzeri».
Tutto ciò anche a costo di “sorvolare” su alcuni punti oscuri della storia rossocrociata, a partire ad esempio da un certo cinismo nella gestione dei patrimoni a cavallo delle due guerre mondiali.
«Il mio non è un libro di cronaca. So bene che non esistono popoli santi, né popoli malvagi. Non mi interessava nemmeno fare l’elenco degli errori degli svizzeri, che pure non ho tralasciato di indicare. Lo ripeto, mi sono soltanto chiesto in che modo sia cresciuta nel cuore del Vecchio Continente una cultura “aliena” rispetto al resto d’Europa».

Da. C.

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