Il discorso sulla vita e la scala dei valori

Verso la nuova legge
Accanimento terapeutico o abbandono terapeutico? I temi di bioetica e, in particolare, quelli di fine vita stanno per coinvolgere direttamente tutti i cittadini, perché saremo a breve chiamati a decidere il tipo di trattamento a cui vorremo o no essere sottoposti in casi clinici particolari e a chi lasciare le stesse disposizioni nel caso in cui non fossimo nelle condizioni di poter decidere.
Di questo si è discusso giovedì sera a Como in un importante convegno dedicato. Tecnicamente si parla di Dat: Direttive anticipate al trattamento, o più impropriamente di testamento biologico.
Il Parlamento sta legiferando sul problema dal 2009, sulla scia dei drammatici ultimi giorni di Eluana Englaro, che è diventata suo malgrado il vessillo di due ideologie contrapposte che al momento non riescono ancora a dialogare, anzi si stanno scambiando botte da orbi come due tifoserie allo stadio.
Nella questione era poi entrata a gamba tesa la magistratura e per evitare che questo si ripeta le Camere stanno cercando una quadratura. Non essendo ancora stato licenziato il disegno di legge, non entreremo nel merito dello stesso ovviamente, ma ci limiteremo ad alcune considerazioni che purtroppo, parliamo infatti di malattie gravissime, coinvolgeranno molti di noi.
Sembra tuttavia certo che a ciascuno di noi verrà chiesto che tipo di atteggiamento terapeutico vorrà ricevere in caso di situazioni cliniche che richiedano protocolli invasivi, se vorremo cioè essere o no intubati, rianimati, defibrillati, gastrostomizzati e altro.
Ma siamo sicuri che tutti sappiano di che cosa stiamo parlando? E poi, per quali malattie? Reversibili o irreversibili? Con prognosi certa o incerta? Tutti sappiamo che cosa è un ictus cerebrale, o un cancro terminale, o una sclerosi laterale amiotrofica? O forse molti non ne sanno un’acca? E che cosa si prova in queste situazioni? E possiamo prevedere che cosa vorremo nelle varie fasi delle stesse condizioni di cui già sappiamo così poco? E ancora, siamo sicuri che in buona salute, cioè quando dovremmo esprimerci, la si pensi allo stesso modo di quando si è invece malati gravemente?
In altre parole, è noto che la malattia ci cambia, eccome. Cambia la nostra scala di valori, cambia la nostra visione del mondo.
Ciò che a un sano non pare vivibile, a un malato può apparire come una condizione degna, accettabilissima, anzi apprezzabile. E poi, possiamo permetterci di aggettivare la vita? Questa vita è bella, questa è brutta, questa vale la pena di essere vissuta, questa no. Ma scherziamo? Chi autorizza chi a decidere il valore e la qualità della vita?
Provocatoriamente, potrei pensare che la vita di tante persone che si sentono semidei non sembra valga la pena di essere vissuta. Non c’è fine ai giudizi.
La vita deve essere vita e basta. Nessuno ha i titoli per affermare quale vita è meritevole di essere vissuta. La vita è indisponibile a giudizi e comportamenti che la possano minare. Deve essere un valore fondante della civiltà umana.
Ma bisogna pur decidere a chi offrire mezzi rianimatori e a chi no, per rimanere nella proporzionalità tra libertà e accanimento. E allora, non potremmo tornare al sano, vecchio e, ahimé, troppo spesso dimenticato e calpestato rapporto medico-paziente, espressione di un’alleanza forte ma intima, dove il legislatore, l’avvocato, il manager della sanità ed il magistrato stanno rigorosamente fuori?

Mario Guidotti

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