Lettere

Il discutibile otto in condotta per gli studenti “apatici”

I PARADOSSI DEL MONDO DELLA SCUOLA 
In una scuola bergamasca la tranquillità e la serenità degli studenti (in realtà, studentesse in stragrande maggioranza) sono state interpretate come “apatia” e mancanza di collaborazione e di impegno e sanzionate con l’otto in condotta. Questo fatto suscita diverse considerazioni. Innanzitutto, se nel progetto didattico era contemplata la “non-apatia” degli studenti (ancora, studentesse!), allora la sua mancanza ben giustificava un abbassamento del voto in condotta. Ma… ai miei tempi il dieci in condotta era riservato agli alunni rispettosi, disciplinati e tranquilli, e se qualcuno non si impegnava – apaticamente – in qualche disciplina era sanzionato con il voto di merito. La condotta non ne era inficiata.
Nel mio piccolo, al Liceo ero disciplinatissimo e rispettosissimo, ma ero tutt’altro che “apatico”. Interrompevo spesso il professore di filosofia dicendo che secondo me Aristotele non aveva ragione nelle sue argomentazioni, e neppure Kant aveva ragione e nessun altro filosofo.
Interrompevo spesso il professore di lettere dicendo che nessun poeta mi piaceva, perché andavano a capo troppo presto, prima di essere arrivati in fondo alla riga; e nessun prosatore mi piaceva, perché andavano a capo solo dopo essere arrivati – pedagogicamente – in fondo alla riga. Interrompevo anche il professore di matematica domandando come si comportavano i triangoli rettangoli prima della promulgazione del Teorema di Pitagora… che essendo così impositivo ben avrebbe potuto giustificare qualche resistenza. “Un triangolo rettangolo è un fuorilegge della geometria perché non rispetta il noto teorema oppure non rispetta questo teorema perché è un fuorilegge della geometria?”. Interrompevo anche il don di religione sulla questione del libero arbitrio, che volevo essere libero di accettare o di respingere, grazie appunto all’esercizio del libero arbitrio.
Comunque, avevo buoni voti in queste materie, perché davo sempre le risposte che i docenti volevano sentirmi dare, ma ricevevo un sonoro otto in condotta.
Ora mi domando: quale valenza pedagogica bisogna attribuire agli otto assegnati alle studentesse bergamasche per “scarsa combattività didattica”, e al pari voto assegnato a me per “eccessiva combattività”? Era pedagogicamente “giusto” sanzionare con un basso voto di condotta il mio non-apatico impegno di assimilazione e riflessione filosofica-letteraria-matematico-religiosa, forse dovuto a mie particolarissime capacità, e premiare la ripetizione pedissequa, da parte dei miei compagni, delle nozioni (se si possono chiamare così) che i professori riversavano sulle loro apatiche teste? È “giusto” sanzionare con un pari voto lo scarso impegno delle “apatiche” studentesse bergamasche? Quali voti ricevono, nelle singole discipline, le ragazze? Anche i due isolati maschietti presenti in quella classe di 24 mostrano questa riottosità didattica, oppure per antagonismo anti-femminista si comportano in modi più “casinisti” – come si suol dire – e magari ricevono anche loro l’otto in condotta?
Nel ricercare una risposta a queste domande, non dimentichiamo che quando la squadra non si impegna nel cimento, è anche colpa dell’allenatore.
Maurizio Pagliari

19 maggio 2012

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