Il filosofo Salvatore Natoli e la perseveranza: parole “controtempo” per coltivare ragionevoli speranze

Salvatore Natoli, filosofo

C’è una via di mezzo tra il consolante generalismo di un “andrà tutto bene” e l’altrettanto generalista catastrofismo dei pessimisti. La terza via è usare la ragione, che non significa essere aridi, freddi e indifferenti ma abituarsi a fare valutazioni per scegliere bene.
La filosofia, essendo basata sulla ragione, non richiede atti di fede ma, anzi, prevede una messa in discussione e un adeguamento delle idee attraverso il dialogo e il confronto. Niente dogmi ma riflessioni aperte che possono aiutare a prendere una decisione e ad affrontare momenti critici come quelli che stiamo vivendo.
Salvatore Natoli (1942), filosofo e accademico, apprezzato conferenziere e divulgatore, avrebbe dovuto tenere una lezione a Como lo scorso febbraio, invitato dall’associazione “Il Paguro”. Di sicuro le sue parole sarebbero state un balsamo per questi surreali giorni. Attraverso due sue pubblicazioni si possono comunque trovare spunti di saggezza: L’arte di meditare è un testo di esercizio della filosofia a partire da alcune sue grandi parole; il breve ma illuminante saggio Perseveranza, riletto alla luce di ciò che sta accadendo con l’emergenza del coronavirus, si rivela quanto mai appropriato.

In questo saggio la riflessione di Natoli parte dal concetto di “speranza”, l’ultima dea che sopravvive a se stessa anche quando non c’è più nulla da sperare. Una parola che mai come in questi giorni sentiamo il bisogno di ascoltare. Osserva però Natoli che la speranza è uno stato d’animo. Spinoza la definiva “una letizia incostante nata da un’idea di una cosa futura o passata del cui esito dubitiamo”. La speranza è sì manifestazione del nostro istinto vitale ma, se non è ingenua, è sempre velata da un’ombra di tristezza. Le cose potrebbero andare come speriamo e anche no.
Come sapevano gli antichi greci, la speranza ha una doppia faccia. Il mito di Pandora racconta che quando la giovane, prima donna mortale, aprì il famigerato vaso, infiniti mali colpirono gli uomini e solo la speranza rimase in fondo al vaso. Non muore mai, ma data la sua connaturata incertezza, la speranza ha bisogno di una “garanzia” di una potenza esterna assoluta che può essere, come accade per chi crede, Dio. L’uomo razionale invece – scrive Natoli citando Spinoza – “non spera, non teme, ma analizza ed esperimenta”. Per far sì che la speranza da generico sentimento si trasformi in effettiva possibilità “bisogna coltivarla nel presente – scrive Natoli nel cuore del suo ragionamento – farla germogliare qui e ora, in mezzo ai disagi e alle difficoltà. Essere perseveranti significa proprio questo: se sperare è un sentire, perseverare è un agire”.
Natoli va dunque oltre il concetto di speranza recuperando la parola perseveranza in tutta la sua potenza laica. “La perseveranza è un agire faticoso e quotidiano dentro e contro le difficoltà”. La perseveranza deve fare i conti con “l’ogni giorno” e soprattutto con la tendenza, come potrebbe accadere in questi momenti difficili, a lasciarsi andare al fatalismo, all’indolenza, alla paura.
Tanti i corollari che fanno da costellazione alla perseveranza: la pazienza, nel senso del saper attendere. Il coraggio, la forza d’animo. Ne abbiamo moltissimi esempi in questi giorni: infermieri e medici che non vogliono essere definiti “eroi” perché – come sottolinea Natoli – “Se è vero che ogni giorno ha la sua pena, non è affatto necessario compiere atti eroici, ma basta e avanza saper combattere ogni giorno la propria battaglia in una lotta che sembra non conoscere tregua”. La fatica degli uomini e delle donne trova senso se si ha attenzione al quotidiano, se si valorizza il presente, se si diviene capaci di catturare in ogni momento la sua gioia.
Ma perseverare per ottenere che cosa? Precisa Natoli: “Vuoi la fedeltà a un’idea fino al suo adempimento, vuoi, più quotidianamente, l’assiduità a un compito”. Ciascuno può trovare il proprio a cui attendere. Inoltre, la perseveranza esige un più alto impegno se si lotta per qualcosa che va oltre i nostri destini individuali e riguarda le sorti comuni, quelle che possiamo chiamare le “grandi speranze” per le quali è necessaria un’impresa collettiva. In questi casi persevera non tanto chi crede al realizzarsi delle speranze ma chi crede all’obbligo morale di operare per esse perché giuste.
Perseverare, nel nostro piccolo, significa agire per il bene nostro e degli altri e non affidarsi a una vana speranza. Conclude Salvatore Natoli: “Solo chi persevera ha cognizione della realtà e perciò è nelle condizioni di coltivare ragionevoli speranze”.

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