Il flop di Villa Olmo? «Colpa dei giornalisti»

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Ieri l’audizone di Luigi Cavadini in commissione Cultura: «Abbiamo sbagliato la comunicazione»

Più che una grande mostra, un gigantesco fallimento. Sul piano economico, in primo luogo. Ma questo era già noto.
Il punto nuovo da accertare erano le responsabilità, di cotanto flop, annunciato certo ma ugualmente catastrofico.
Presto detto. La colpa è da addebitare a cattivi comunicatori e, ovviamente, ai giornalisti.
In un clima di sospeso onirismo, ideale in un consesso in cui si discuteva non troppo amabilmente di politica e di un maestro dell’architettura futurista, ieri

pomeriggio è andata in scena la commedia dell’assurdo. Ovvero, la commissione Cultura del Comune di Como.
Il canovaccio, pardon l’ordine del giorno della riunione prevedeva l’audizione di Luigi Cavadini, assessore alla partita e difensore strenuo della (grande) mostra sulla “Città Nuova”.
Chiamato a spiegare i dati deprimenti del consuntivo – sulla carta una voragine di 218mila euro, ma al momento mancano all’appello ancora circa 388mila euro – Cavadini ha cercato, senza trovarli, gli argomenti giusti per dare una ragione plausibile e accettabile al disastroso esito dell’evento organizzato a Villa Olmo da marzo a luglio di quest’anno.
«Ci sono state osservazioni sul tipo di comunicazione adottata – ha detto l’assessore – in particolare sui manifesti, ritenuti a ragione non efficaci. Una grafica raffinata ma che non aveva la necessaria forza incisiva. La forza che la mostra avrebbe meritato». Un mea culpa, quello di Cavadini, molto più somigliante a uno scaricabarile che a una doverosa assunzione di responsabilità. «Penso sia giusto ammettere che sarebbe servita una presenza meno raffinata ma più incisiva, abbiamo voluto lavorare con uno studio grafico che si occupa di mostre, ma forse sarebbe stato utile scegliere un’agenzia pubblicitaria. L’immagine della mostra era comunque di alto profilo». Campagna promozionale sbagliata, quindi.
Cosa che da sola non può tuttavia bastare a motivare il fiasco totale della mostra. Ecco, allora, la bacchettata sulle dita dei giornalisti. «La comunicazione – ha infatti scandito l’assessore – è stata positiva anche se è andata nella direzione dell’approfondimento. I commenti hanno sottolineato la scientificità della mostra e non la sua immagine».
Chiedersi perché “La Citta Nuova” non abbia suscitato l’entusiasmo della stampa, oltre che del pubblico pagante, forse era troppo. Ma Cavadini non si è dato per vinto troppo presto. E ha fornito la sua versione. Meno appassionante di quella di Barney e, obiettivamente, anche meno fantasiosa.
«Sui giornali, anche su quelli locali, Antonio Sant’Elia è stato spesso accostato al Razionalismo. Si è detto che la nostra fosse una mostra sul Razionalismo, ma non è mai stato così. Da chi parla di cultura sui quotidiani ci si aspetterebbe altro e non basta un passaggio veloce per giudicare. Molti di quelli che ne hanno parlato non l’hanno nemmeno vista, la mostra».
La superficialità, malattia infantile del giornalismo, ha dunque calato la sua mannaia sul grande appuntamento di Villa Olmo. Vittima, alla fine, dei cattivi cronisti e della loro abituale faciloneria.
Un’autoassoluzione in piena regola. che ha fatto da preludio alla difesa dei contenuti dell’evento e delle linee di politica culturale della città.
Va detto che l’audizione di Cavadini è avvenuta in una sala insolitamente affollata. Oltre ai componenti della commissione, infatti, erano presenti quasi tutti i capigruppo, il sindaco, il presidente del consiglio comunale, l’assessore Marcello Iantorno. Il fatto che Mario Lucini sia rimasto seduto accanto a Cavadini per tutta la durata della riunione è stato letto come una chiara presa di posizione a difesa del contestatissimo assessore. In certi momenti è parso chiaro che davanti al plotone d’esecuzione schierato al gran completo, il titolare della Cultura abbia trovato riparo dietro le spalle larghe del primo cittadino.
Forte di questo sostegno, Cavadini ha ripetuto quanto già detto in passato, ovvero che la mostra sulle visioni della città ha avuto un «contenuto qualitativo estremamente significativo». Il trittico previsto in un primo momento dovrebbe quindi essere confermato e sfociare negli altri due step: una riflessione sulla società del presente e una sulla società del futuro.
«Ma mi rendo conto che un deficit come quello prodotto quest’anno non è ammissibile – ha concluso l’assessore – non intendo perciò incaponirmi su un progetto, quanto confermare un percorso anche se le modalità di svolgimento potranno essere diverse». Grande mostra addio? Il senso delle parole conclusive di Cavadini potrebbe essere questo. Sono attesi chiarimenti.

Da. C.

Nella foto:
L’assessore alla Cultura del Comune di Como, Luigi Cavadini. A destra, una sala della mostra su Antonio Sant’Elia

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