Il grande fiume del dialetto (forse) non sarà mai in secca

opinioni e commenti di lorenzo morandotti

di Lorenzo Morandotti

Uno dei capolavori della letteratura giapponese del Novecento, sontuosa meditazione su  tempo e amore, è Bellezza e tristezza di Yasunari Kawabata, premio Nobel nel 1968.Vi si legge: «La lingua parlata non ha rispetto delle tradizioni, e con la sua vitalità rosicchia e rovina tutto senza alcun riguardo per l’antichità». Azzardato solo in parte estrapolare da quel contesto  la frase per interrogarsi, magari confutandola,  sul destino del   dialetto che si parla (tanto) e si scrive (poco) sul Lario. Meno azzardato di quanto si pensi perché un forte legame tra Como e Giappone si  esplicita  grazie alla Famiglia  Comasca, custode culturale dei gemellaggi. Ruolo  simbolicamente ribadito in questi giorni da un ricco kimono di seta, simbolo del gemellaggio con la città di  Tokamachi, esposto nella sede del sodalizio. E veniamo al dialetto. Como ha avuto pochi scrittori in vernacolo a parte il fondatore della Famiglia Comasca, Piero Collina, che in comasco volse i Promessi sposi, e autori come Orazio Sala e Graziella Molinari. Non si è avuto un equivalente locale di  Carlo Porta, né un funambolo del verso in più dialetti come Franco Loi.  La parlata locale dà più soddisfazioni letterarie  fuori Como, pensiamo a Basilio Luoni che ha tradotto Molière in lezzenese, o a un poeta sensibile  e profondo come l’intelvese Franco Spazzi. La Famiglia Comasca  ha appena presentato la nuova edizione del suo vocabolario del dialetto comasco. E qui torna utile la frase di Kawabata, figlia di una terra dove  tradizione e modernità convivono ma non senza attriti. Il linguaggio è un lungo fiume dove per dirla con Eraclito non ti immergi mai due volte. Il dialetto comasco fotografato nel vocabolario,  600 pagine opera di Carlo Bassi, è sopravvissuto all’arrivo dell’italiano   attraverso scuola e tv e anche alla dittatura fascista che  impose restrizioni al dialetto sacrificato sull’altare del nazionalismo. Ma col mutare dei costumi, riducendosi i parlanti di generazione in generazione,  il dialetto rischia  di rattrappirsi in una sorta di incomprensibile etrusco, in un contesto italofono il cui lessico    s’impoverisce in modo preoccupante, più per indolenza che   per l’avanzata dell’inglese. Certo, nella vicina Svizzera il dialetto è ben più vivo, ma anche grazie a queste operazioni editoriali a Como  rimane accesa la fiaccola sia pur tenue  necessaria a non dimenticarne la forza di radice, di  «lingua nativa» come sottolinea nel  presentare il vocabolario lo studioso dell’Università di Pavia Angelo Stella. E come documenta con la sua musica   Davide Van De Sfroos che esce con il suo album dal vivo Quanti nocc. Un bene culturale immateriale, un filamento del  Dna più da ascoltare che da leggere, testimoniato più nel vissuto del parlato che nella memoria dello scritto. Modesta proposta: gli audiolibri hanno successo, una versione sonora di alcuni tra i più significativi lemmi registrati nel volume di Bassi potrebbe avere un valore etnografico di un certo rilievo.

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