Lettere

Il grave degrado delle strutture sportive a Como chiaro segno di “vuoto” progettuale ed educativo

Risponde
Agostino Clerici

Risolvere l’inarrestabile degrado delle strutture sportive cittadine non è soltanto competenza amministrativa o edilizia, è un fatto soprattutto sociale. Qui si misura la differenza tra buona e pessima politica.
Ristrutturare, migliorare o completare le strutture sportive già presenti sul territorio serve a creare nuovi luoghi di aggregazione per la collettività. Perché i giovani hanno bisogno di essere supportati e devono avere maggiori opportunità di confronto e di crescita, dallo sport al tempo libero dove poter socializzare e dialogare.
Lo sport, quindi, come occasione di crescita e di condivisione di un percorso e un progetto comune e non solo esaltazione di forze o valvola di sfogo individuale. Certo, oggi agli enti pubblici mancano i soldi per ricostruire strutture fatiscenti (vedi Muggiò). È davvero così difficile coinvolgere i privati (come è avvenuto in altre realtà), imprenditori disponibili a investire, e dare anche la gestione dei palazzetti alle stesse società sportive?
La domanda finale del nostro lettore è sibillina.
Forse non è difficile trovare privati disponibili ad investire il loro danaro in strutture sportive, ma – come è stato detto nei giorni scorsi – è ovvio che tale operazione deve avere una sua redditività, il che non è facile se poi la gestione passa nelle mani delle società sportive (le quali hanno evidentemente un altro intento).
Credo che la regia debba stare nelle mani del pubblico, e la cosa è certo possibile, come è dimostrato dalla recente realizzazione di impianti sportivi da parte di Comuni o consorzi intercomunali più piccoli della città di Como.
Nel capoluogo, invece, c’è un vuoto di parecchi anni e ce se ne accorge solo ora che il fatiscente palazzetto di Muggiò sembra destinato all’abbattimento (ma non ci sono i soldi nemmeno per raderlo al suolo!).
Insomma, anche lo sport con il suo bisogno di strutture naviga a vista nel mare della crisi finanziaria ed i sogni faticano a diventare progetti.
Altro discorso è quello del degrado.
Quali le cause? Talvolta si tratta di strutture nate male, fatte in economia o frutto di soluzioni pasticciate e, quindi, gli impianti sportivi hanno precocemente mostrato il segno del tempo. Altre volte, sono l’incuria, la maleducazione, la cattiva gestione e lo scarso controllo ad aver provocato danni e stato di abbandono. Spesso, entrando in uno spazio di tutti, ho la sensazione che non sia di nessuno e che ciascuno si ritenga detentore di un diritto più che esecutore di un dovere.
Succede per le strutture sportive quello che accade ai margini di alcune strade: se uno trova sporcizia e accumulo di rifiuti, è portato a sporcare e ad aggiungere il suo rifiuto piuttosto che a pulire e riordinare.
Ma questo è un altro discorso?
Il lettore introduce una dimensione del problema che mi pare essenziale, ma che onestamente non vedo sempre considerata come si dovrebbe.
Egli parla di strutture sportive come “luoghi di aggregazione per la collettività” in cui si pratichi lo sport come “occasione di condivisione di un percorso e non solo esaltazione di forze o valvola di sfogo individuale”. Mi pare che questa attenzione non sia sempre presente negli intendimenti di chi dirige il mondo variegato dello sport. L’aspetto individuale – anche in certe discipline di squadra – è preponderante, e più ci si innalza nella scala agonistica, maggiore è l’influsso deleterio di questa sorta di peccato originale della pratica sportiva.
Nella mia esperienza di educatore non è raro imbattermi in ragazzi che praticano sport già come piccole macchine programmate per raggiungere il successo individuale. Ora, l’agonismo è vita, ma il suo eccesso genera nel corpo, e soprattutto nella mente dei più piccoli, una somma di disagi, rivalità, aggressività, arrivismi che nulla hanno da spartire con una sana pratica sportiva.
Credo di non dire una banalità, auspicando per lo sport non solo strutture adeguate, ma un personale capace di educare a quei valori di cui si sente sempre più la mancanza nella nostra società.

Filippo Gandolfi

10 Novembre 2013

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