Cronaca

Il «Capitale sociale» delle cosche al Nord. Quando la società civile convive con la mafia

altIl gip Alfonsa Maria Ferrara: «Le collusioni possono far fallire anni di indagini»
«Un commercialista, un agente di polizia penitenziaria, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, un ex consigliere comunale, un ex dipendente di banca ora consulente finanziario, un amministratore di condominio, un imprenditore edile, un imprenditore nel settore orafo».
L’inchiesta Quadrifoglio, spiegano i magistrati della Divisione Distrettuale Antimafia (Dda) di Milano, ha portato ancora una volta alla luce il «cosiddetto capitale sociale» delle cosche. La «Borghesia mafiosa» che

permette alla criminalità organizzata di dominare il territorio non soltanto da un punto di vista militare.
Nelle oltre 800 pagine dell’ordinanza con cui è stata decisa la carcerazione di 13 persone, il giudice per le indagini preliminari Alfonsa Maria Ferrara ricorda – in uno dei passaggi più significativi – «il rilievo» che assumono i «rapporti tra le consorterie mafiose» e «i professionisti, i dipendenti pubblici» e tutti gli altri «soggetti che hanno ricoperto o ricoprono cariche pubbliche». Il capitale sociale dei boss, appunto, che sfruttano a proprio vantaggio ogni possibile attività dei fiancheggiatori.
Quella che, una volta, era definita mafia dei colletti bianchi, oggi ha cambiato completamente pelle. E ruolo. E il gip Ferrara lo spiega nel dettaglio, citando le parole della Cassazione: «Il prendere parte al fenomeno associativo [mafioso] implica, sul piano fattuale, un ruolo dinamico e funzionale», nello svolgere il quale «l’interessato fornisca uno stabile contributo rimanendo a disposizione» della cosca «per il perseguimento dei comuni fini criminosi. La suddetta condotta può assumere forme e contributi diversi e variabili proprio perché, per raggiungere i fini propri dell’associazione, occorrono diverse competenze e diverse mansioni ognuna delle quali, svolta da membri diversi, contribuisce, in modo sinergico, al raggiungimento del fine comune».
Insomma: la borghesia mafiosa è uno degli assi portanti della criminalità organizzata.
«Il contributo» che essa dà ai padrini diventa «fonte di potere, relazioni, contatti». Se c’è un capitale umano, una manovalanza che spadroneggia e terrorizza armi in pugno dominando il territorio, c’è anche un «capitale sociale» altrettanto forte e solido, che garantisce spesso impunità e silenzi.
«Le associazioni mafiose sono tali perché hanno relazioni con la società civile – scrive ancora il gip di Milano – E, invero, tali relazioni che uniscono i boss con una rete di politici, pubblici amministratori, professionisti, imprenditori, uomini delle forze dell’ordine, avvocati e persino magistrati, costituiscono uno dei fattori che rendono forti le associazioni criminali e che spiegano perché lo Stato non sia ancora riuscito a sconfiggerle. Basti pensare che gli infiltrati, le “talpe”, le fughe di notizie riservate e, in casi ancora più gravi, le collusioni di investigatori, inquirenti o magistrati, con le cosche mafiose possono portare al fallimento parziale o totale delle indagini».

Da. C.

Nella foto:
L’ordinanza dell’operazione Quadrifoglio è frutto di un lungo lavoro d’indagine
30 ottobre 2014

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